Kleinkief – Gli Infranti

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
7.0


Voto
7.0

7/ 10

di Marco Salanitri

Dopo averci lasciato orfani per quasi un decennio, inspiegabilmente, poco dopo aver licenziato l’incredibile D’amortelocanto, uno dei più bei dischi made in Italy degli anni zero, tornano finalmente i Kleinkief. E lo fanno ancora una volta in grande stile, con una formazione rinnovata, come sempre baricentrata sul carisma di Thomas Zane. Anche il sound appare abbondantemente riveduto e corretto, con un parziale ritorno alle origini ma con un’inedita freschezza pop mai banale – accantonati estremismi noise, deliri no wave e divagazioni onirico-surreali – e una inalterata attitudine alla sperimentazione di nuove e insolite soluzioni sonoro-melodiche e come sempre al di fuori di mode e tendenze, dentro un percorso di ricerca del tutto personale.

Sonorità fattesi più corpose, compatte e rotonde, che dalle altitudini eteree e impalpabili dell’iperprodotto D’amortelocanto tornano alla nuda terra, a quel germe sanguigno e carnale chitarra-bassso-batteria. Gli Infranti è un disco d’impatto nella sua immediata semplicità, che suona scarno e a tratti ruvido, probabilmente frutto di un’urgenza espressiva, privo di tutte le stratificazioni e delle architetture corali del suo predecessore.

Un altro amore nel ghiaccio apre tra riff energici di piano e batterie che pestano duro sullo sfondo di amori sdrucciolevoli e tortuosi, è il singolo ufficiale con cui la band decide di lanciare il disco, anche se non convince del tutto, qualcosa suona un po’ troppo rassicurante, forse troppo linearmente pop. E dai Kleinkief si può pretendere molto di più. Con L’Anarcosentimentale va decisamente meglio. È il pezzo che ha sancito il ritorno in scena del gruppo, uscito lo scorso autunno e inserito nella compilation #Fosbury10 (per celebrare il decennale dell’etichetta che ha riportato in vita la band), rappresenta una sorta di manifesto esistenziale di Zane, innestato su una serrata ritmica percussiva e saltellante a cui si aggiungono chitarre, ora ipnotiche e dilatate ora convulsamente noise, a cui fa da contraltare l’eterea timbrica di Zane. Weekend è una ballata lieve e luminosa negli arrangiamenti, crepuscolare nelle liriche, perfetto compendio dell’anima doppia del gruppo. Ma l’apice compositivo arriva nella successiva Le mucche intelligenti, inquietante filastrocca avant-pop, figlia di un Capossela elettrificato e infestata di presenze satiresche nel là-là-là del ritornello; finale esplosivo su grasse e tumultuose percussioni e cori di anime erranti. Ufonastri, briosa e ascendente, è una sorta di easy-listening in odor di psichedelia mentre Il fascino dell’assurdità è il secondo episodio più pop del disco che però mantiene, a differenza del primo, quel piglio etereo tanto caro agli ultimi Kleinkief. Margherita e il maestro (ogni riferimento a Bulgakov puramente casuale?) è quasi uno ska al ralenty e procede più o meno senza variazioni sul tema, rappresentando l’unico vero calo compositivo dell’opera. Spetta al finale affidato a La casa sugli alberi recuperare il deficit e chiudere in pompa magna, un brano che avrebbe potuto figurare nella scaletta di D’amortelocanto senza trovarsi per nulla fuori posto, una ballata in cui le sonorità abbracciano la vocalità lieve e trasognata di Zane senza più contrastarla, atmosfere impalpabili e fluttuanti: basta chiudere gli occhi e lasciarsi levitare per poi riaprirli e contemplare orizzonti che smarriscono la vista.

(23/08/2013)

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Marco Salanitri