Killing Joke – MMXII

Scheda
Rispetto al genere
5.0


Rispetto alla carriera
5.5


Hype
4.0


Voto
4.8

4.8/ 10

di Salvo Ricceri

Ode ai vegliardi Killing Joke!! Già, proprio quel nome che solo ad evocarlo pennella il palato con la glassa atrofica e ipocalorica dell’alienazione new-wave/post-punk, che dissotterra e riporta all’attenzione della memoria quel nebuloso periodo in cui le radio suonavano dalle finestre e si riempivano di corpi e decibel i capannoni industriali delle periferie di un’Inghilterra prossima al tracollo. Ironia della sorte il nuovo album, titolato MMXII e pubblicato (appunto) nel 2012, si riferisce (più o meno esplicitamente ed escatologicamente, nei testi e nella grafica) ad un tracollo epocale, e vede la luce in un momento storico in cui “tracollo” è una della parole più cliccate di google, dopo Youporn. Quindi, ricapitolando, arrivano i nostri fedeli geronto-cowboy dell’industrial rock, sporchi e  tenebrosi seppur apostoli della paciosa mezza età, ed arrivano con un disco che porta il nome in latino dell’anno in corso e tratta (a suo modo) temi di attualità socio-politica dopo una attesa vecchia di due anni dall’ultimo, discreto “Absolute Dissent”: se tutto ciò non desta un esagerato clamore di popolo quantomeno basta a far venire il sangue in testa ai più ostinati (chi più, chi meno) cultori del genere. Ma basta scorrere la prima manciata di brani per capire che più che ad un disco dei Killing Joke, ci troviamo davanti all’epigono di ciò che ci si aspetterebbe da una cricca di cinquantenni convinti di avere ancora qualcosa da dire. Pezzi interconnessi ed interscambiabili (nel senso che, come narra la cara proprietà commutativa, cambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambia, permanendo nella sua piattezza tecnicamente complessa). Grandi musicisti, lunga esperienza, oculata gestione del mestiere, ma dispiace ammettere che spesso ciò non basta ad aggirare le difese coscienti dell’ascoltatore medio (i musici più furbi, esaurita ogni ragion d’essere, riescono comunque a campare ancora per una manciata di dischi).

Se per qualche assurdo motivo l’idea che risiede a monte di questa produzione sia quella di forzare la mano verso nuove alternative prospettiche, il risultato è un onnipresente “già sentito”, un (ri)utilizzo di strutture ritmiche, evoluzioni melodiche e gestione dell’effettistica che ha tutte le carte in regola per appartenere alla scena musicale di (almeno) due decenni fa’ (e nonostante il più delle volte ciò rappresenti per me un complimento, in questo caso si parla di una amara, rassegnata considerazione). Aprono il disco con una “Pole Shift” che vorrebbe protrarsi verso l’ignota rarefazione del profondo universo ma che dopo aver messo in opera una (goffa) parodia “industrial” del buon vecchio space rock sposta poi il baricentro in una gratuita ed asettica accelerazione da rave party, uno scream a tratti melodico da sorbire nella sua orchestrale apatia. Il resto, da “Rapture” a “Trance” passando per “Colony Collapse”, è tutto un unico, acerbo urlo protratto. Niente di strano, si può obiettare, sono i Killing Joke ed è quel che ci si aspetta dai crudi, disperati, grandiosi Killing Joke, no? Il semplice “aspettarsi” credo che abbia danneggiato tanto noi quanto loro, l’opprimente ansia di rimaner fedeli ad un sound, ad una immagine, ad uno scenario, la paura di veder passare gli anni (in questo caso le decadi) temendo di perdere il favore della grande piazza. Jaz Coleman è un artista degno di inestimabile stima ma con questa pubblicazione, tra deriva delle zolle continentali, pittori del rinascimento e dubbi/ammonimenti sulla Federal Reserve, sgomita in una pozzanghera decisamente troppo piccola, ed in fondo importa ben poco se dei giornalisti del Sonic Shock’s hanno inserito l’album tra i migliori della band (se lo dicono loro) o se Kerrang! ha elargito una abbondante quantità di stellette, insomma, non vi è nulla che lasci intendere la necessità di questo album, nulla che giustifichi la sua esistenza.

Quante volte abbiamo sentito questa storia? Per quante altre volte dovremo ancora averne notizia? Questa era (è) una di quelle band che (insieme a Pixies, Black Flag o Flaming Lips, tra le molte) hanno ricoperto l’importante ed oneroso compito di essere modelli, ispiratrici di nuove correnti, icone, modi nuovi di intendere nuove epoche, propellenti ad alto tasso energetico per tutte quelle realtà che poi hanno spopolato e scalato le maggiori classifiche mondiali. E forse, come un buon modello intimamente sa, arriva per tutti il momento di lasciare aria e spazio al nuovo che avanza, soprattutto per non rischiare di viziare o peggio compromettere tutto ciò che di buono vi è nel vecchio, nella gloria di un’era passata.

(30/06/2012)

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Salvo Ricceri
Salvo Ricceri

Su OUTsiders, dal Febbraio 2012, scrive di indie-pendenze, provincialismi e menestrelli. Dirige la sezione Catania. Contatti: salvatorericceri@outsidersmusica.it