Kevin Eubanks – The Messenger

Scheda
Rispetto al genere
9.0


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
8.0


Voto
8.3

8.3/ 10

di Eugenio Goria

Ecco un disco che finalmente non suona già sentito. In The Messenger si sente tutto quanto il peso di un’esperienza trentennale, che forse non ha avuto negli ambienti di mainstream la visibilità che meritava. Kevin Eubanks è un ragazzone americano classe 1957 che vanta la partecipazione a più di cento dischi e una passione smodata per le jam session blues: non è raro incontrarlo a Chicago a esibirsi in jam session al locale di Buddy Guy. Un talento straordinario che trae la sua forza dalla commistione di elementi anche molto estranei al jazz: strizzando in vari momenti un occhio alla fusion anni Settanta, non disdegna i riferimenti alla musica africana, al funky, al blues. Ciò che si può apprezzare immediatamente dall’ascolto dei suoi dischi è l’utilizzo di linee melodiche e di coloriture timbriche davvero singolari e molto rare da trovare in altri musicisti. Viene poi l’aspetto compositivo: tutti i suoi brani non rinunciano mai a un alone di smooth jazz che li rende in un certo senso più facili all’ascolto e accessibili anche per i non specialisti.

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The Messenger è un album che mette a frutto una lunga esperienza, e permette al suo autore di giocare su un sound che ricorda molto le linee melodiche dell’afrobeat, ma che è decisamente più posato e riflessivo nella strutturazione dei brani. La title track è un ottimo esempio di questo linguaggio per cui esistono davvero poche pietre di paragone: sull’eccezionale impianto ritmico costruito dalla batteria di Marvin Smith e dalle percussioni di Joey De Leon, il sassofono presenta il tema, finché quasi con timidezza non si inserisce una chitarra dal suono caldo, brillante e un po’metallico che dopo una manciata di secondi si lancia in un eccezionale assolo. Qualche brano più avanti vediamo Eubanks a confronto con il grande classico Resolution, tratto da A Love Supreme di Coltrane. “Non volevo essere blasfemo, far dire alla gente ‘Oh, no, non l’ha fatto davvero!’” – commenta scherzosamente – Ma penso, non so, che a Trane potrebbe piacere”. L’arrangiamento è infatti una libera interpretazione del brano, ma proprio per questo non manca di originalità, soprattutto per la curiosa linea di basso cantata da Alvin Chea. Il brano immediatamente successivo è un altro omaggio a un grande della musica, vale a dire James Brown – JB nel titolo – in cui di nuovo è la grande ricchezza di suoni a rendere il brano riuscito, soprattutto lo sono gli interventi elettronici che variano ancora di più il registro.

420 è forse il brano che cattura di più al primo ascolto, con un’intro di chitarra e conga davver ben riuscita, che starebbe più a suo agio in un disco rock che in un disco di jazz accademico, così come l’accompagnamento a base di wah-wah, che sfonda  il fragile confine tra jazz e afrobeat, regalando a uno le modalità espressive dell’altro. La stessa attitudine continua in Led Boots, scritta da Jeff Beck, in cui ascoltiamo con piacere lo scat selvaggio di Alvin Chea accompagnato dalle blues licks di Eubanks con ancora un contributo fondamentale di batterista e percussionista. Queen of Hearts The Gloaming sono due brani lenti e maestosi, che ci fanno per un attimo riposare dall’invasamento funky dei brani precedenti, e ci cullano con due straordinari arpeggi di chitarra e due ottime linee melodiche, la seconda in particolare. Si chiude con una ventata di Chicago blues, come si è detto uno dei generi favoriti di Eubanks, anche se forse non troppo praticato. Ghost Dog Blues è l’ipnotica traccia conclusiva, scarna e minimale, fatta di un semplice tema e di una lunga jam di Eubanks che mostra ottime doti anche come bluesman.   

Per il suo carattere innovativo The Messenger può essere ritenuto a buon diritto uno dei migliori dischi del 2012, anche se bisogna riconoscere che perde efficacia in alcuni punti quando indulge un po’troppo su sonorità commerciali in stile fusion anni Settanta. Facendo il paragone con un altro chitarrista jazz come Mike Stern, che pure ha realizzato un disco eccezionale nei primi mesi del 2012, si può osservare che le due proposte sono entrambe molto valide e originali, e anzi la chitarra di Eubanks a volte sa essere meno tecnica ma molto più calda e comunicativa in alcuni punti. Stern dal canto suo ha realizzato un disco più interessante dal punto di vista della composizione e degli arrangiamenti. Chissà che succederebbe su un palco con questi due personaggi messi insieme?

“I didn’t want to be as concerned with the ‘jazz sound’ as much; I wanted to let out a little bit more of what I’ve been musically exposed to.” K.E.
(30/12/2012)

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Eugenio Goria
Eugenio Goria

Caporedattore. Scrivo di musica dal 2008 su riviste storiche come "Late for the sky" e "L'Isola". Nel 2010 sono entrato a far parte di Outsiders.