Karin Park – Highwire Poetry

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
7.5


Hype
7.0


Voto
7.5

7.5/ 10

di Giorgio Albano

La bellissima ragazza svedese dai suoni elettronici, degna di molti suoi più illustri colleghi ( vedi Bjork in primis), è tornata sulle scene in questo 2012 con il suo quarto album in studio. Dopo un inizio di carriera abbastanza in sordina, in cui era riuscita ad emergere solo nei paesi nordici e principalmente in Norvegia  (luogo in cui attualmente abita e che ha sempre dimostrato di apprezzare il suo sound), già da qualche anno sta cominciando a varcare i confini e ricevere le attenzioni che merita. Per chi non conoscesse i Karin Park, è utile ricordare che Karin non è l’unico membro del gruppo: ci milita anche il fratello David Park come bassista e batterista. Il gruppo nasce nel 2003 in Svezia e ad oggi ha pubblicato, con questo, quattro album in studio ed un Ep nel 2010.
Già, questo disco: Highwire Poetry è totalmente incentrato sull’elettronica di stampo indie, con climi ed ambientazioni piuttosto cupi. A risollevare un suond che in effetti sarebbe fin troppo “dark” ci pensa la voce di Karin, che in quasi tutte le canzoni riesce a dare la scintilla necessaria a far fare un notevole salto di qualità al pezzo, rendendolo più armonico e gradevole. Highwire Poetry contiene dieci canzoni di ottima fattura, sia dal punto di vista della creazione che da quella più tecnica della produzione, di cui si sono occupati ( come per altri precedenti lavori della band) Barry Barnett e Christoffer Berg. In ogni caso. non si può certo affermare che il disco sfoci in una deriva commerciale. Nonostante si cerchi di armonizzare e di tirare fuori quanti più motivetti, capaci di restare in testa e di portare il lavoro su orizzonti dell’elettronica più classica, ciò che rimane più impresso è la durezza con cui il disco si afferma nelle orecchie di chi lo ascolta. Freddo e duro, ma con una propria anima, il disco tiene prefettamente fede, come si diceva all’inizio, a tutta quella che è la tradizione nordica nella musica elettronica. I canonici sei mesi di notte e inverno vengono tutti sintetizzati in un disco dalla forte carica emotiva. Accordi in minore e suoni distorti, insieme agli effetti “marci” concorrono a ricreare ambientazioni tipiche di un romanzo di Stieg Larsson. I pregi e i difetti del disco e, in generale, di tutto questo filone musicale sono tutti qui. È una prova, quest’ultima, che lascia spazio ad ambivalenze: affascenante nel gelo che emana, ma inevitabilmente pesante e forse non troppo adatta ad essere pubblicata in piena estate, per un mercato mondiale in attesa del solleone. Dopo tre album di praticantato, però, quello che può definirsi il corrispettivo svedese (e sintetico) dei White Stripes tira fuori un lavoro di caratura superiore.

(07/07/2012)

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Giorgio Albano
Giorgio Albano

Redattore.