Julian Cope – Revolutionary Suicide

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
9.0


Voto
8.3

8.3/ 10

di Max Sannella

Uno strabiliante inno vaneggiante alla rivoluzione come ripulisti di un mondo in collisione con se stesso, un disco doppio che Julian Cope – lo stravagante artista del Galles – porta a termine come un sogno proveniente da una ossessione interna, un’urgenza ispirativa che già porta a termine nel precedente Psychedelic Revolution – anch’esso album doppio come questo che presentiamo – e che ancora riscuote emozioni di massa e benevoli apprezzamenti. “Revolutionary Suicide” è il nuovo capitolo di Cope, un doppio concentrato di poesia, ballate, fricchettonerie sempre attuali e diamantini sonori di carato, una prestazione sempre e comunque da tenere in mente perché artisti di questa stazza – sebbene sghembo e squadrato come si conviene ai veri fool poetry – non se ne “fabbricano” più e come si dice ogni lasciata è persa.
Nel disco Uno, in circa trenta minuti si ascoltano tre ballate, la folkly song di “Hymn to the Odin”, la timida passata di pianoforte sopra un vocione lugubre alla Cave “”Why did the chicken my mind” e i sedici minuti di “The Armenian Genocide”, stupenda gijga di tamburo battente, chitarra acustica e tutta la fiacca corale di un racconto intorno ad un falò, una sensazione crepuscolare illimitata e ricca di pathos magistrale, poi il disco Due che si discosta dalla prima parte, prende slarghi ibridi stile anni Sessanta in cui posta la titletrack, la patchanca ubriaca di “Mexican devolution blues”, la bolla sitntetica che ingloba la poco riuscita “They were on hard drugs” e finalmente le chiazze psichedeliche della sua Inghilterra “Phoney people phoney lives” e tutto lo sperimentalismo di bonghi, suoni gutturali, vento e digrignamenti che “Destroy religion” mette in mostra come in un commiato tribale, un intento di lasciare questo ascolto in balìa di un futuro incerto, nel vago delle visioni sciamaniche che la vita odierna ci nasconde.
L’eccentrico Cope non si fa mancare nulla, tira ancora fuori un gioiellino doppio che ha il suo preciso percorso emozionale, una connotazione comunicante e specchio di una poetica a suo modo maledetta, ma benedetta per i nostri padiglioni auricolari.

(09/07/2013)

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Max Sannella
Max Sannella

Redattore.Parolaio e giornalista da 20 anni, tra note e distorsori, con l'Umbria come terra e la musica come amante.