Jon Hopkins – Immunity

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
6.0


Voto
7.0

7/ 10

di Matteo Monaco

Jon Hopkins sembra arrivato ieri sui grandi palcoscenici, ma non è affatto così: l’esordio di Opalescent è datato 2001, mentre la maggior parte dei suoi eventuali concorrenti sul miglior parquet del producing internazionale in quell’anno avevano giusto fatto in tempo a concludere le elementari. Di più, c’è che i giovani rivali del dj inglese sono cresciuti ascoltando (tra gli altri) i dischi dei Coldplay e di Brian Eno. Lui, invece, ci ha proprio lavorato insieme – pur sempre, naturalmente, mimetizzato nella lista di collaborazioni sul retro di copertina.
Non stupiscono perciò i due caratteri che emergono con forza dal nuovo Immunity: la sensazione di aver a che fare con un’opera nuova, libera dalle pastoie di una carriera ingombrante, e l’assoluta padronanza del mezzo da parte di Hopkins. Anti-divismo ed esperienza, mescolate ad una tensione personale che non manca di mostrare i suoi frutti. Già, perchè le ottime intuizioni che avevano partorito Insides (2008) ora sono supportate da anni di affinamenti e di prove sempre più perfezionate, sull’onda di una esigenza che prevede in primo luogo l’eccellenza del suono sintetizzato. E quindi Breathe This Air, dove Hopkins gioca a fare il direttore d’orchestra scherzando con decenni di ricerca sonora e di diatribe trans-stilistiche tra techno, 2-step e vagiti neo-classicistici. È tutto semplice, per lui: uno sbuffo a Burial in Collider, una strizzata d’occhi a Berlino sul tappeto di hi-hat in Sun Harmonics, una guerra con pistole ad acqua insieme ai maestri della french-electro ascoltando il synth pulsante di Open Eye Signal.
Incasellando ogni sample nella cornice fluida del talento, anche un capolavoro come Abandon Window sembra un gioco da ragazzi. Eppure anche stavolta Hopkins potrebbe restare nascosto dietro le quinte: la qualità di Immunity, cerchiata in rosso dagli addetti ai lavori quanto facilmente fruibile dal grande pubblico, lascia con sé la sensazione che ci da attendersi qualcosa di ancora migliore. Un’idea – questa – che si accompagna ai dischi ottimi, a cui manca un solo scalino per schiudere finalmente le porte dell’eccellenza.

(07/07/2013)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.