[REVIEW] Johnny Marr – Playland

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
7.5


Hype
7.5


Voto
7.3

7.3/ 10

di Simone Picchi
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A pochi mesi l’uno dall’altro escono due lavori del duo che fece sognare la generazione eighties, un piccolo evento se vogliamo, data la scelta tardiva di Johnny Marr di intraprendere la carriera solista, dopo trent’anni di carriera alle spalle. Playland esce dopo un anno al debutto di The Messenger, un ottimo album che diede voce a chi – come il buon Johnny – è sempre stato un comprimario, sebbene di lusso.
Undici brani energici che si confrontano con il panorama musicale moderno, senza dimenticare la sensibilità chitarristica che rese grande il suo passato, impreziositi dal classico stile elegante e raffinato dell’artista. L’apertura è affidata alla ritmata Back In The Box, seguita dalla didascalica Easy Money, uno dei tanti passaggi di piena impronta indie rock del disco. Il lato più intimo del musicista inglese viene fuori tra i ritornelli della muscolare Dynamo, nella ballad Candidate e nell’intensità della “smithsiana” The Trap. A conclusione del disco si piazzano Speak Out Reach Out e Boys Get Straight che prendono in prestito il brit made in Kasabian.
La scelta tardiva di intraprendere la via solista è stata ripagata. Un secondo disco ispirato e maturo di un’artista che ha scelto di prendersi le luci della ribalta, con quell’etica da mestierante navigato in grado di muovere l’ago della bilancia su lidi giusti. Se l’Inghilterra musicale è (anche) frutto del suo modo di comporre musica, ogni amante di essa ha il dovere di ascoltare cos’ha da offrire Johnny al nuovo che avanza, senza la pretese di fare da maestro.

(06/11/2014)

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Simone Picchi

Studente di Scienze politiche a Messina, collaboratore recensore/reporter/intervistatore/factotum.