John Murry – The Graceless Age

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
8.5


Hype
8.0


Voto
8.2

8.2/ 10

di Giacomo Dalla Valentina

John Murry

C’è una bella interpretazione del mito di Orfeo ed Euridice [qui per ripassarlo], una di quelle più recenti, secondo la quale l’artista, sulla via del ritorno dagli inferi -impossibilitato a guardare l’amata Euridice dietro di lui, pena la sua morte definitiva-, si fosse voltato a guardarla non per averla sentita chiamare, ma intenzionalmente. E la perdita dell’amata così causata avrebbe implicato in lui un dolore talmente grande da elevare la sua arte più di quanto avrebbe mai potuto l’amore.
Spesso, leggendo un libro, ascoltando un album o semplicemente vivendo, mi trovo a pensare alle implicazioni di questa interpretazione: la spinta dell’uomo ad amplificare i propri mali per la sola esigenza di poterne cantare, scrivere o narrare con maggiore lirismo. E in effetti, semplificando inverosimilmente, sono pochi gli artisti che sfuggono alla grande scelta tra cantare dell’amore -inteso nella sua più grande accezione- o del dolore, che riescono a ritrarsi dal primordiale dualismo tra eros e thanatos.
Proprio poco tempo fa, per fare alcuni esempi, recensivo uno dei più riusciti album del 2013, Wonderful, Glorious di Mark Oliver Evertt, alias Eels, un lavoro intriso di rabbia e senso di sconfitta; allo stesso modo i lavori di Antony & the Johnsons come pochi sanno essere carichi di malinconia, aspirazioni deluse e senso di morte. Ma c’è anche l’altro piatto della bilancia, ci sono lavori carichi di un bonheur de vivre tale da emanciparsi dall’opera d’arte -sia esso un album, un quadro o un romanzo- e urtare l’ascoltatore (o il lettore, o l’osservatore) in pieno volto: è il caso, per citare esempi musicali recenti, del Mala di Devendra Banhart, inno all’amore e all’esaltante semplicità della vita di coppia, o di My Head Is An Animal degli Of Monsters And Men, diventati un fenomeno mondiale proprio grazie all’immediatezza di una musica capace di farsi portatrice di serenità.

John Murry

Tornando a noi, The Graceless Age, album d’esordio del trentasettenne John Murry, s’inserisce senza dubbio nella prima categoria: è un lavoro in cui le vicissitudini dell’autore affiorano prepotentemente. La dipendenza dall’eroina, la depressione: il cantante di Memphis si spoglia e resta in piedi di fronte a noi, cantando sommessamente. E la visione che ne risulta è quella di un Orfeo che plasma le proprie sventure in arte.
Ma non è solo questo: John Murry ha imparato bene dai colleghi di sempre, a partire da Bob Frank (con il quale aveva già composto un sottovalutato album di cosiddette murder ballads, World Without End), a Chuck Prophet, leader dei Green on Red, fino agli onnipresenti American Music Club di Mark Eitzel (il cui timbro vocale viene immediatamente in mente all’ascolto di The Graceless Age) e di Tim Mooney (nonché produttore, il quale è scomparso da poco, all’età di 53 anni). Tinte fosche, voci cupe, ma soprattutto chitarre: la musica di The Graceless Age, la cui gestazione è stata infatti di diversi anni, non è affatto scontata, ma l’intrecciarsi di chitarre a tratti slowcore (come nell’inquietante California, sorretta da un ritmo al limite dell’ossessivo), a tratti soliste solo come nelle migliori ballate di Neil Young, a tratti ruvidamente punk porta ad un clima sovraccarico di tensione, in cui non svanisce mai il senso di oppressione. Tutto reso ancora più straniante dall’inserimento di alcune tracce di parlato tratte dalla vita reale, come nel caso di Things We Lost in The Fire, introdotta dal discorso con cui William Faulkner (tra l’altro antenato del cantante) accettò il Premio Nobel nel 1949.

No matter how many fuzz pedals I use, no matter how many synths, they’re always going to say ‘Mississippi’ and ‘southern rock’.

Tutto questo, in aggiunta a testi invidiabili che riescono a non rendere troppo pesante il messaggio che sottende l’album, rende The Graceless Age un lavoro non certo facile, con cui si fatica ad entrare subito in sintonia ma che una volta dischiusosi si rivela nella sua vera natura: un disco che va a di là della limitante definizione di southern rock (spesso è stato così definito, come lo stesso Murry ha ironicamente sottolineato) e che per una volta dà significato alla parola “cantautorato”.

(05/05/2013)

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Giacomo Dalla Valentina
Giacomo Dalla Valentina

Piemontese di nascita, milanese d'adozione, studio giurisprudenza @ Statale di Milano. Appassionato lettore e collaboratore di OUTsiders.