John Mayer – Paradise Valley

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
7.0


Voto
7.0

7/ 10

di Giacomo Dalla Valentina

John Mayer
È tornato. Stimolo degli ormoni di mezzo mondo, felicità dei rotocalchi, eterno fidanzato della ”bella” del reame, bambino prodigio ed eterno belloccio, John Mayer è tornato sulla scena a solo un anno dall’ultimo album (che qui su OUTsiders non ci era affatto dispiaciuto, perché quando si parla del ragazzo del Connecticut perdiamo la ragione). L’elemento che prima di tutto aiuta a capire questo nuovo Paradise Valley è la copertina, nel mezzo della quale Mayer si erge in abiti da troubadour sulla desertica piana (presumibilmente) americana. È quindi evidente che il chitarrista ha voluto proseguire sulla via intrapresa con il precedente Born and Raised: un viaggio per metà riflessivo sulla storia musicale del proprio paese (chiarissimo nella cover di Call Me The Breeze di J.J. Cale, che per una nefasta coincidenza è spirato da meno di un mese) e per metà caratterizzato da una forte indagine introspettiva.

Ed è proprio questo l’aspetto che più affascina di quest’ultimo John Mayer, che senza dubbio stupisce meno di quanto aveva fatto nel 2006 con Continuum e nel 2009 con Battle Studies, ma che d’altra parte evita di cadere in facili tentazioni, soprattutto viste sue pericolose vicinanze ad un certo mondo pop. Ora la carriera di Mayer ha assunto una sua confortante simmetria: due album di gavetta (Room For Squares e Heavier Things) nei quali già erano evidenti i punti di forza della sua musica -la capacità di piegare la chitarra alla propria volontà, le melodie intuitive e un timbro vocale duttile e caldo-, poi i due album rivelazione citati sopra e, infine, il ritorno alla terra bruciata americana con Born and Raised (nel quale non a caso collaborava con i CSN&Y) e l’ultimo sforzo. E gli eccessi del ”vecchio” John sembrano dimenticati, sotto la coltre di quieta intimità che trapela dagli accordi di Dear Marie o nella melodia malinconica di Waitin’ On The Day, dove la chitarra solista si inserisce come una seconda voce narrante.
Nella quiete ritrovata, poi, non stridono quanto si poteva temere i duetti con Katy Perry (attuale fidanzata del cantante) e Frank Ocean: nel primo caso semplicemente perchè la canzone è fantastica, una ballata romantica da titoli di coda nella quale la voce di Katy Perry si fonde inaspettatamente bene con quella del compagno. Lo stesso vale per il duetto con Frank Ocean, il cui caldo timbro vocale diventa invece protagonista di un brevissimo intermezzo. È vero che ormai John Mayer è così mainstream che piace alla stessa platea che ascolta Katy Perry, è vero ascoltandolo si ha spesso la sensazione che in lui ci sia qualcosa di poco sincero, è vero che viene spesso portato ad esempio quale talento sprecato, ma, maledizione, se bisogna essere mainstream per sfornare un album del genere all’anno, allora di John Mayer datemene anche più d’uno.

(24/08/2013)

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Giacomo Dalla Valentina
Giacomo Dalla Valentina

Piemontese di nascita, milanese d'adozione, studio giurisprudenza @ Statale di Milano. Appassionato lettore e collaboratore di OUTsiders.