John Grant – Pale Green Ghosts

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
7.0


Voto
7.0

7/ 10

di Edoardo D'Amato

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Un disco che difficilmente sarà apprezzato: è un presupposto istintivo che può venire in mente dopo aver ascoltato le prime due tracce dell’ultima fatica di John Grant. Chi si era innamorato follemente del precedente Queen of Denmark stenterà a capire questo Pale Green Ghosts: una considerazione però che lascia il tempo che trova, soprattutto per chi ha ben in mente chi sia e da dove venga l’artista in questione. L’esordio solista era stato eccezionale: critica e pubblico lo hanno incoronato all’unanimità, con quel songwriting straordinario alla maniera di Harry Nilsson e Morrissey.

L’Islanda e i suoi mille ghiacciai, la tragica notizia della positività all’HIV e il desiderio di cimentarsi in territori sempre amati ma solamente citati languidamente, hanno fatto propendere il cantautore americano verso un approccio completamente diverso per questo suo nuovo lavoro: qui troviamo cioè un’elettronica stile 80’s che si intreccia con rimandi al pop folk del precedente album. Le prime due tracce sono effettivamente spiazzanti: sono il manifesto programmatico del disco, e l’impressione è di stare in qualche club di Denver a sorseggiare un drink buttando qualche fiches di tanto in tanto. Si sente il fondamentale apporto di Birgir Þórarinsson, a.k.a. Biggi Veira dei Gus Gus, determinante per l’intero sviluppo dell’album Sembra che John dica: “Ehi, ora non mi frega più di nulla: a me piace questa musica, e se non lo capite peggio per voi”. La terza traccia però ci riporta su quella strada già attraversata magnificamente in Queen of Denmark, dove Grant canta dolcemente “sono il più grande figlio di puttana che potrai mai incontrare”, con i cori sullo sfondo dell’amica Sinead O’ Connor. Quest’atmosfera in cui si rinnovano costantemente le magie dell’esordio ritorna anche in Vietnam, ma anche e sopratutto nei sette minuti di It Doesn’t Matter To Him, dove lo sguardo del cantautore si incontra ancora una volta con quello dei Midlake. In Why Don’t You Love Me Anymore(in entrambe c’è sempre presente Sinead O’ Connor con i suoi cori) si balenano nuovamente gli influssi elettronici partoriti nel bel mezzo di qualche geyser islandese, mentre nella pulsante e crescente You Don’t have To si ribadisce l’amore per la dance vintage, con i suoi sintetizzatori d’epoca. E che dire della pompatissima Sensitive New Age Guy? Un trionfo per Grant, che si lancia in un hip hop barbuto che non può lasciare gli arti indifferenti, e che vince lo scetticismo iniziale. Nella parte finale del disco c’è anche tempo per “esorcizzare” la malattia, con il dolore per la scoperta della sieropositività sfogato come un urlo dal sax di Óskar Gudjónsson in Ernest Borgnine. A ristabilire l’ordine di fronte a tale schizofrenia ci pensa la traccia che chiude il tutto: Glacier ci riporta alla straordinaria normalità di Queen Of Denmark, con il suo piano e i suoi archi. E si conclude così, con l’approdo finale nei luoghi più conosciuti, il secondo straordinario viaggio di John Grant, fra echi elettronici degni di Ultravox e Depeche Mode, e lirismi pop rock alla Cocteau Twins ed Elton John.

(05/04/2013)

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Edoardo D'Amato
Edoardo D'Amato

Direttore. Classe 1990, ho visto nascere OUTsiders e ora cresce insieme a me. Collaboro anche presso il network www.fantagazzetta.com.