Jethro Tull’s Ian Anderson – Thick as a Brick 2 Whatever Happened to Gerald Bostock

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
9.0


Hype
6.0


Voto
7.7

7.7/ 10

di Eugenio Goria

Qualche anno fa, dal palco di un teatro torinese, Ian Anderson dichiarava con quello humour che lo caratterizza “We apologize for progressive rock“, riconoscendo forse, a distanza di molti anni, i limiti di gran parte della musica degli anni Settanta, il suo carattere lezioso, il suo virtuosismo fine a se stesso. E a ben guardare, i Jethro Tull non hanno mai mancato di autoironia, anche nei lavori che hanno fatto la storia del rock progressivo. “Ci etichettano come prog, bene, gli daremo un disco che più prog non si può”. Suonava più o meno così il commento di Ian Anderson poco prima dell’uscita della pietra miliare Thick as a brick, forse il disco più progressivo dei Jethro Tull. Due facciate di musica ininterrotta, cambi di tempo, passaggi acustico elettrico e quant’altro, per mettere su un’opera che per un certo verso era nata con l’intenzione di prendere in giro, parodiando ed esasperando un genere che di lì a poco sarebbe sfociato in uno sterile manierismo.

Thick as a brick, ottuso come un mattone, è la storia di una musica ingenua, nata dalla poesia di un bambino immaginario di nome Gerald Bostock, sotto le cui spoglie si nascondeva un geniale Ian Anderson. E che cosa ne sarà ora che sono passati cinquant’anni da quel 1972? Che cosa ne è stato di Gerald Bostock? È una domanda che Ian Anderson ha evitato di porsi fino a poco tempo fa: pur restando uno degli album che preferisce, Thick as a brick non è mai stato eseguito integralmente dal vivo, e l’idea di considerare una parte seconda sembrava fuori discussione, vista soprattutto la profonda dipendenza dell’album da quel clima musicale irripetibile che si creò in Inghilterra nei primi Settanta. Tuttavia, alcune conversazioni con Derek Shulman dei Gentle Giant devono avergli messo una pulce nell’orecchio di cui è stato impossibile liberarsi. Finalmente, il padre di Thick as a Brick, che è a tutti gli effetti un parto della mente di Anderson più che dei Jethro Tull, si è deciso a confrontarsi di nuovo con uno dei lavori meglio riusciti della sua carriera.

Mettere mano a un nuovo Thick as a Brick significa affrontare il passato, riflettere su ciò che si era e su ciò che la propria musica ha lasciato, riconsiderare molti aspetti musicali e per un certo verso autobiografici. Non a caso il sottotitolo di questo concept album è Whatever happened to Gerald Bostock?, che potrebbe essere benissimo inteso con Whatever happened to Ian Anderson?, o forse, se vogliamo, Whatever happened to progresive rock? Nella finzione, viene raccontata passo dopo passo la storia del bambino “autore” del primo capitolo: la sua vita è una grossa e complessa metafora che descrive la vita di ognuno, fatta di incontri, momenti, scelte e punti di svolta, in cui nessuno può vedere che cosa ci sia dietro l’angolo. Ancora una volta viene riproposto il formato autentico del concept album, che rifiuta una divisione in brani, e si propone al contrario come un’unica e compatta narrazione, in cui tutt’al più si possono individuare dei nuclei, dei punti del racconto che corrispondono con diversi momenti della vita del protagonista, i capitoli di un’avventura che non hanno senso se non nella cornice generale della vicenda di Gerald, sotto la cui maschera è molto facile intravedere le riflessioni personali dello stesso Ian Anderson. From a pebble thrown è il meraviglioso titolo dell’ouverture: che cosa possa scaturire da una pietra lanciata, nessuno può dirlo, e l’intero album è l’ultima conseguenza, giunta a distanza di quarant’anni, di una pietra scagliata nel 1972 che è stata ispirazione di molti e ancora non cessa di esserlo.

Da un punto di vista musicale è impossibile non rimanere sbalorditi. Ian Anderson è riuscito infatti a ricreare alla perfezione lo stile e il sound dei Jethro Tull dell’opera originale del 1972, riuscendo nel contempo a ringiovanirla e renderla adatta al pubblico dei giorni nostri. L’assenza dello storico Martin Barre non pesa affatto, e anzi, il giovanissimo Florian Ophale si mostra cruciale nella definizione di uno stile ampiamente ringiovanito in cui gli elementi caratteristici di Thick as a brick sopravvivono a fianco di nuove influenze e nuovi modi di fare musica; il risultato è palese: questo disco risulta molto diverso rispetto alle opere più recenti di altre stelle dei Settanta, non ultimo l’ampiamente sopravvalutato Roger Waters: c’è molta più voglia di suonare e di rimettersi in gioco, molto più limitati gli intenti autocelebrativi. Basta ascoltare i primi minuti del disco per respirare l’emozione di avere tra le mani un disco di ottimo livello, ricco di brani intricati e arrangiamenti complessi, ma mai fini a se stessi, e in cui è proprio la chitarra elettrica a fare la differenza. Perfettamente identificabile il tema portante dell’intero album, che come un ritornello ritorna qua e là in diverse forme. Ma sono proprio gli arrangiamenti a colpire, per la loro ricchezza espressiva, che non sfocia mai nell’ostentazione pura e semplice: il tutto non sembra nulla di più che un bel racconto.

Banker Bets, Banker Wins è il primo banco di prova in cui Anderson dimostra di poter ancora fare scuola. I diciassette brani del disco sono ora più rarefatti, immersi nella trama, ora più densi e concentrati, molto simili a una canzone dei tempi moderni. Quello che non manca mai sono le consuete evoluzioni del flauto traverso, un po’meno protagonista del solito, e in perfetta sintonia con una chitarra solista che non annoia mai. Solo la tastiera in alcuni punti sembra ridondante, soprattutto accostata a certe scelte di suoni: ascoltare Wooton Basset Town  per farsene un’idea. Moltissimi brani ricordano da vicino lo stile dello Ian Anderson più progressivo che mai di Thick as a Brick e Aqualung: se perde qualche colpo con Shunt and Shuffle, che somiglia tanto a Locomotive Breath  ma senza lo stesso mordente, l’ascoltatore si rifà ampiamente con altri ascolti come Swing it Far e Old School Song, in cui Ian Anderson riesce a osare molto di più, dimostrando ancora una volta il suo talento di compositore. Nella veste di folk-singer, lo ritroviamo a raccontare le peripezie di Gerald Bostock, nelle quali si rivedono vari momenti della vita di ognuno, fatta di dubbi, aspettative e ripensamenti, come sembra suggerire proprio il titolo dell’ultima traccia, What-ifs, Maybes and might-have-beens: che cosa sarebbe successo a Gerald se le cose non fossero andate proprio in quel modo, se quel famoso sasso non fosse stato lanciato?

Da una pietra scagliata nacque il progressive, che ancora oggi gode di un buon numero di appassionati; dalla stessa pietra è nata una nuova generazione che ha fatto propri i suoi mezzi di espressione, dai Dream Theater ai Mars Volta. Non c’è da stupirsi allora che Anderson abbia voluto per una volta farsi qualche complimento, autocelebrarsi firmando il disco con il proprio nome e non come Jethro Tull. Non bisogna dimenticare che questo Thick as a Brick 2  è anche la riflessione di un uomo sulla propria musica e sulla sua universalmente riconosciuta importanza storica. Il disco è tutto un riconsiderare il prog anni Settanta, un tornare alle origini sapendo già la conclusione: di qui ad esempio la scelta di separare le tracce, segno che Anderson tiene i piedi per terra e sa benissimo che nell’era dell’iPod è impossibile proporre un qualcosa che sfugga alle logiche del mordi e fuggi, e così, se da una parte si gloria della sua immagine di icona del progressive, dall’altra non sembra che con questo album disprezzi molto un aproccio spiccatamente pop, che lo terrà lontanto, almeno per un po’, dall’ospizio delle rockstar decrepite.

E’ con un certo dispiacere, però,  che bisogna constatare che dischi come questo non potranno mai competere con quelli di artisti più giovani. Il primo Thick as a Brick, anche a distanza di molti anni resterà sempre un disco più piacevole, più ben fatto e più originale di quanto riusciranno mai a fare molte band in tutta la loro carriera; il secondo no, anche se effettivamente non gli manca nulla per mettersi in gara con i Porcupine Tree o chi per esso sia. Rispolverare il passato, se pure al di fuori dagli schemi, è pur sempre un guardarsi indietro che aggiunge ben poco di nuovo a quanto si conosceva, non scrive nessun nuovo capitolo, e del resto non ci si aspetta che lo faccia. Sarebbe piuttosto fuori luogo se Ian Anderson invece di questo avesse prodotto un disco hip-hop: un personaggio di questo spessore resta comunque collocato nel suo tempo, e a quegli anni saranno riportati inconsciamente anche i suoi lavori contemporanei. Un personaggio così ha avuto l’ingombrante merito di entrare nell’Olimpo molto presto, e qualunque cosa faccia ora, non può far dimenticare i suoi meriti legati agli anni Settanta, per quanto dimostri di possedere ancora molte buone idee, più di molti giovani che prima o poi saranno chiamati a raccogliere il testimone, lasciato da una geniale stella del rock, troppo vecchia per fare del rock, ma troppo giovane per non avere ancora un asso nella manica.

(08/04/2012)

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Eugenio Goria
Eugenio Goria

Caporedattore. Scrivo di musica dal 2008 su riviste storiche come "Late for the sky" e "L'Isola". Nel 2010 sono entrato a far parte di Outsiders.