Jeff Bridges – Jeff Bridges

Scheda
Rispetto al genere
6.5


Rispetto alla carriera
6.5


Hype
7.0


Voto
6.7

6.7/ 10

di Davide Agazzi

L’avevamo lasciato lì, Big Lebowski, con una chitarra in mano ed un whiskey nell’altra. Già, niente più White Russian per il nuovo Jeff Bridges, ormai sempre più nei panni dell’oscuro cantante country Bad Blake, protagonista di “Crazy Heart”. E tra una strimpellata e l’altra, ecco arrivare l’atteso disco, frutto di un percorso musicale ben definito. Un album che non sorprende più di tanto per la sua uscita nei negozi, non è certo il primo attore a mettersi in sala di registrazione, ma per la sua pregevole realizzazione. L’ascoltatore medio proverà certamente parecchia invidia per un  uomo che, dopo essere entrato nei cuori di una generazione, nelle vesti del “Drugo”, ora si cimenta come straziante rubacuori di donne texane. Rispetto all’eccellente colonna sonora di “Crazy Heart”, dove l’attore americano aveva per lo più interpretato canzoni altrui, in questo disco aumentano i brani ideati e prodotti dal cantante stesso.

Certo, per la registrazione di “Jeff Bridges”, il suo ultimo album omonimo, Bridges non si è lanciato nel buio. Affiancato, nuovamente da T-Bone Burnett (già produttore di Elvis Costello, Robert Plant e collaboratore di Dylan negli anni ’70), Marc Ribot ( chitarrista di Tom Waits, John Zorn ed Elton Jhon, per citarne alcuni) e Rosanne Cash, figlia del celebre cantautore, ha registrato un disco improntato sulla grande canzone americana. Le note soffuse di Bridges descrivono gli sconfinati spazi d’oltreocenao, tra deserti e catene montuose. Per l’ex Big Lebowski, l’album non rappresenta un vero e proprio debutto. Oltre alla colonna sonora di Crazy Heart, dove la canzone “The weary kind” si aggiudicò diversi riconoscimenti internazionali, Bridges aveva fatto la sua comparsa, come cantante, già nel 2000. “Be here soon”, di cui pochi hanno memoria, era un album totalmente diverso rispetto a quello di adesso, ben lontano dalle ballatone drammatiche affogate nell’alcool di adesso.

Ora, questo disco sposa una linea di continuità con le canzoni interpretate dal personaggio di Bad Blake, ed esclusa la canzone d’apertura “What a little bit of love can do”, poco affine alle restanti dieci tracce e più simile al repertorio di Phil Collins, le restanti canzoni scorrono via che è un piacere. Magari non fino alla fine, quando l’album comincia a stancare le orecchie dei più e a deliziare quelle dei veri appassionati. All’apice di questo progetto ci sono senz’altro le note di “Tumbling Vine”, ideale colonna sonora per una serata in un night club  con Tom Waits, quelle della sostenuta “Blue Car” e quelle della più drammatica “Slow Boat”. In attesa del ritorno di Bridges nelle vesti del Drugo, (ha confessato di non aspettare altro che la chiamata dei Coen), godiamoci questa apprezzabile e rilassante avventura musicale.

(15/09/2011)

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Davide Agazzi
Davide Agazzi

Giornalista pubblicista, scrive per La Repubblica e perde il suo tempo ascoltando dischi che agli altri non piacciono. Appassionato di distorsioni psichedeliche, contaminazioni balcaniche e vecchiume affogato nel whisky.

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