Jason Adasiewicz’s Sun Rooms – Spacer

Scheda
Rispetto al genere
5.0


Rispetto alla carriera
5.0


Hype
2.0


Voto
4.0

4/ 10

di Mario Cascino

Il vibrafonista Jason Adasiewicz ritorna, dopo il fortunato album omonimo, a proporsi come leader con un secondo lavoro per il Sun Room Trio,  che vede sempre Nate McBride al contrabbasso e  Mike Reed alla batteria: non cambia la formazione come non cambiano linguaggio e sound per il trio di Chicago – una città che tra le tante può vantare una scena attivissima sia per quanto riguarda le collaborazioni tra i giovani musicisti sia per la tradizione free jazz che plasma i suoi figli a suon di improvvisazione.

Uscito con parecchio ritardo nel Vecchio Continente (Spacer è stato registrato nel Maggio del 2011 ma è arrivato in Italia solo a Febbraio del 2012) questo nuovo album è vicino a sonorità più morbide e riflessive rispetto ai lavori esplosivi ai quali ci ha abituati Adasiewicz  sia con Rolldown e Varmint sia con le sue numerosissime collaborazioni. La classica formazione da trio pianistico viene rispettata con zelo e rigore filologico: Mike Reed non si limita a tenere il tempo e il beat ma anche con tutto il colore e il groove che possono creare i suoi piatti non si azzarda mai a fare qualcosa che non competa alla sezione ritmica, mentre il basso di McBride, comunque ricercato e intelligente, rimane decisamente in secondo piano tanto che nel mix sembra di sentirlo suonare indietro rispetto ai suoi colleghi (e questa non è esattamente una cosa positiva). Questo significa attenzione assoluta per le barre di alluminio che Adasiewicz colpisce in mille modi diversi e con mille idee in testa – facendo fare un passo in avanti alle sperimentazioni di Milt Jackson e Bobby Hutcherson – oltre che grande responsabilità sia armonica che melodica. Sicuramente deve essere molto più difficile dare il giusto sostegno all’intensità di un brano quando si suona piano e soft  rispetto a quando si suona a dinamiche più potenti – in questo senso viene molto in aiuto la ricerca tecnica, e si sente – ma per quanto ci si sforzi di apprezzare questo disco sarà impossibile negare la confusione che regna sovrana soprattutto a livello melodico e strutturale. E’ proprio il caso di dirlo: dal giovane e promettente talento dei Rolldown e della Exploding Star Orchestra ci si aspettava decisamente di più. Nessuno vuole mettere in dubbio le doti tecniche ed artistiche del trio americano, che in brani come Bees o Waiting in the Attic raggiunge momenti davvero emozionanti, né si vuole denigrare a prescindere quelle che sono in fondo le caratteristiche più peculiari del vibrafono quali la capacità di creare forme e spazi sonori (e forse arriva proprio da qui il titolo Spacer) ampi e indefiniti, ma quello che manca a questo disco è la semplicità, la chiarezza espressiva e la capacità di tenere sveglia l’attenzione dell’ascoltatore, e questo danneggia molto arrangiamenti à la Monk e melodie infinite di bachiana memoria. Spacer soffre degli stessi difetti di questa recensione: anche se la grammatica rimane rigorosa, a furia di voler complicare le strutture sintattiche cala l’interesse, e questo vale sia per la musica che per la scrittura. Questo però non deve far perdere la fiducia in artisti giovani, attivissimi e molto prolifici: forse andrà meglio la prossima volta.

(04/03/2012)

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Mario Cascino
Mario Cascino

Redattore. Sound Engineer (studente presso SAE Institute Milano), regista e speaker radiofonico per RadioTrip.net (www.radiotrip.net) e RadioAttiva (radioattivarivoli.wordpress.com), bassista. Specializzato in jazz e rock.