Jack White – Blunderbuss

Scheda
Rispetto al genere
6.5


Rispetto alla carriera
6.5


Hype
5.0


Voto
6.0

6/ 10

di Edoardo D'Amato

E così a 36 anni anche una delle più importanti menti del rock and roll dei nostri tempi esordisce da solista: Jack White entra così ufficialmente nella lista dei single che, dopo tanti anni di matrimonio, devono sapersi reinventare e rimettersi in gioco. Si, perché i progetti potremmo dire “alternativi” che il chitarrista di Detroit aveva intrapreso in questi anni sono un po’ come le scappatelle di un marito lussurioso, ma il grande amore, si sa, è un’altra cosa. Jack ha suonato con i Racounteurs, e si è intrattenuto con la batteria dei The Dead Weather, ma il cuore l’ha sempre lasciato ai White Stripes. Lasciando perdere i discorsi da rotocalco (a furia di parlare di cuore, amore e matrimoni si potrebbe degenerare in un gossip non voluto), ora Jack White ha pubblicato il suo primo lavoro, a cinque anni di distanza dall’ultimo Icky Thump con Meg. Abbiamo sempre pensato che i White Stripes fossero una band estremamente geniale nella loro semplicità: se diamo un breve ascolto alla discografia, notiamo sempre dei comuni denominatori dal 1998 al 2007. Riff semplici, batteria ancor di più (a volte Meg ha davvero pestato senza tanti complimenti) e qualche ballata qua e là (specie in Elephant) a condire lavori che praticamente assurgevano a sintesi di quarant’anni di musica, dai Led Zeppelin ai Nirvana, passando per gli Stooges e i John Spencer Blues Explosion. E, se a detta di Jack, Icky Thump è l’album che più somiglia a quello di debutto perché “Il più arrabbiato, crudo e potente” (pensiamo a Little Cream Soda), cosa rappresenta allora il suo primo Blunderbuss? Certamente un concentrato di tutto il suo repertorio, ma con uno sguardo particolare rivolto a quello che nei White Stripes si ricorda meno (ma non per questo non presente), cioè quello delle ballate e delle romanticherie accarezzate col piano, presente quasi ovunque, tranne che nella tipica whitestripesiana Sixteen Saltines. Ciò che rileva però è che ci sembra che di questo disco, a parte qualche impennata che comunque lo salva (come la ballad che dà il titolo al disco e il Delta blues Hookeriano di I’m Shakin), avremmo potuto anche farne a meno: Missing Pieces non acchiappa davvero, Sixteen Saltines e il suo riff di chitarra lo abbiamo già sentito cento volte nei White Stripes. La ballad a due voci Love Interruption (la controparte è la pur brava Ruby Amanfu) la salviamo, come anche il glam di Hip (Eponymous) Poor Boy. Non possiamo nemmeno tentare di giustificare la mollezza (davvero fin troppa) di On and On and On, mentre piace (ed è forse il momento migliore del disco) la traccia finale Take me with You When You Go. Ma le intenzioni di Jack White hanno il sapore di qualcosa che per ora rimane davvero tale, e ciò è emblematico in Weep Themselves to Sleep: la voglia di fare qualcosa di nuovo forse c’è, ma c’è anche il solito riff e il solito assolo alla Guitar Hero. Sono anche emblematiche le dichiarazioni del chitarrista americano: “Quello che ho raggiunto con i White Stripes è difficile da spiegare, certo è qualcosa di irripetibile. Ci sono mille ragioni per le quali io e Meg non suoniamo più insieme,e difficilmente lei torna sui suoi passi perché è davvero testarda. Non voglio riformare i White Stripes solo per soldi, lo farei solo se ne avessi bisogno e comunque lo comunicherei. Perciò i White Stripes non sono più una cosa nostra, ma appartengono solo ai nostri fan, che sapranno custodire al meglio la nostra arte”. Aaah, sembrano proprio le parole di un uomo a cui è stato spezzato il cuore: chissà se Jack riuscirà davvero a suonare (e quindi a vivere) a lungo senza la sua dolce metà?

(23/04/2012)

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Edoardo D'Amato
Edoardo D'Amato

Direttore. Classe 1990, ho visto nascere OUTsiders e ora cresce insieme a me. Collaboro anche presso il network www.fantagazzetta.com.