Iron & Wine – Ghost on Ghost

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
7.5


Hype
7.5


Voto
7.3

7.3/ 10

di Ilaria Del Boca

iron-wine

Eravamo soliti abbassare le tapparelle ascoltando Iron & Wine o aspettare che la pioggia battente bagnasse i vetri delle nostre finestre, mentre un banjo scandiva i battiti del cuore: era un po’ come farsi cullare stesi sul letto, al riparo da invisibili nemici della mente. Samuel Beam ci ha abituati ad uno stile unico, in cui il sudore e la nostalgia della Carolina del Sud sono sempre stati elementi caratterizzanti di un folk tipicamente americano. Se nei suoi precedenti quattro album in studio, le doti canore di Beam tendevano, nella maggior parte dei casi, a nascondersi in temporali siderali del suono, in Ghost on Ghost è proprio la voce a riempire l’ascolto: a tratti irriconoscibile, più chiara e limpida l’intonazione, priva di quel senso di decadenza che contraddistingue i bluesmen del Sud. Anche le melodie sono cambiate, già dalla prima traccia contenuta nell’album, Caught in the Briars sembra di essere stati catapultati in un disco dei Beirut, dove i fiati trovano la loro armonia insieme a chitarrine hawaiane, perfettamente attratte da una voce nuova, rinata, che a quanto pare conoscevamo solo in potenziale.

Le dodici tracce di questo lavoro che per intensità e freschezza sembrano quelle di un’opera prima, sono in realtà il risultato di un lungo percorso maturato negli anni, superando travagli emotivi, per poi arrivare ad un’apparente stabilità. Il primo singolo estratto, Joy, ne è la dimostrazione più evidente: in quel tumulto del cuore c’è ancora una speranza per l’itty bitty boy, non importa da dove si viene, ma dove si va. La cantilena non si ferma, a seguire sono tanti e incisivi i brani prodotti, a partire da Low Light Buddy of Mine, che colpisce per i riverberi jazzistici e per l’atmosfera creata dalle luci soffuse dei club anni ’30. Diverso è il gusto che si può assaporare, assaggiando le note di The Desert Babbler, un racconto nitido, dalle immagini potenti come quella più che mai attuale di “Boston boys are speeding to the wind now”. Non è altro che la narrazione di un amore sospeso a metà, volto al futuro e alla ricerca di un proprio spazio, tema al quale pare non sottrarsi quasi mai durante il corso del disco, ancora più evidente in Grass Windows, un blues tutt’altro che malinconico, fin troppo utopico. Corale e afro-soul è, invece, Singers and the Endless Song, che viene interrotta da Sundown (Back in the Briars), basata su uno schema antico simile ad un gioco primitivo, come quello dei bambini quando scoprono la propria voce e in un crescendo alzano il tono, tra fragori, urla e risate. Tra tutte, però, la più struggente e bella è Winter Prayers, nona traccia dell’album, sottofondo perfetto per una notte d’amore, accarezzata dall’acustica cristallina e un po’ nostalgica di un pianoforte a coda, ma anche New Mexico’s No Breeze non è da sottovalutare: Sam Beam indossa i panni di George Michael e canta in falsetto, senza risultare assolutamente spiacevole.

Ghost on Ghost è un disco eterogeneo, dalla verve jazzistica, ma non per questo dimentico delle proprie origini spirituali, dove si possono trovare canzoni leggere, voraci, di natura pop come Grace for Saints and Ramblers o Lover’s Revolution, track che potrebbe essere facilmente impiegata per un musical. Il congedo di Iron & Wine è calmo, senza forzature, Baby Center Stage lo spiega, come se facesse fatica a smettere di cantare, proprio adesso che la sua quiete interiore è arrivata, tanto cercata all’angolo delle strade e da un momento all’altro, senza troppi interrogativi, l’ha trovata. Questo è l’album dei nuovi inizi e se all’inizio vi chiederete dove sia finito il cantautore che vi ha accompagnato nelle notti insonni, bè forse è tempo anche per voi di andare a dormire con un sorriso sulle labbra.

(25/04/2013)

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Ilaria Del Boca
Ilaria Del Boca