IOSONOUNCANE – La Macarena su Roma

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
7.0


Voto
7.0

7/ 10

di Salvo Ricceri

Ogni tempo ha i suoi suoni da partorire, nulla di nuovo, nulla di strano, ma le abitudini sono spesso più coriacee e difficili da eliminare, raramente riescono a tener vivo il fiato correndo dietro alle correnti dell’estro artistico. È abitudine caldamente diffusa quella di aggrapparsi, ad esempio, a definizioni, sostantivi e categorie anche quando sono ormai appannaggio di un differente e superato sistema di credenze: parlo senza riserve della classica forma-canzone, degli schemi ritmici ed armonici che da lungo tempo si succedono in una processione interminabile di variazioni e combinazioni, ma sempre inalterate, o quasi, nella struttura di fondo. L’alba del famigerato nuovo millennio, figlia degli sperimentalismi di fine secolo, ha fornito il terreno di coltura necessario alla proliferazione di importanti e innovativi contesti che hanno operato un sostanziale ribaltamento dei “dogmi“ espressivi tradizionali, il pubblico gradisce, la critica cerca affannosamente di tenere il passo. Identificare questo o quel movimento è un compito difficoltoso oltreché inutile, ovviamente, persino l’epiteto di “rivoluzione” culturale sembra essere assolutamente fuorviante in un’epoca in cui il massimo dissenso popolare di manifesta condividendo link di protesta. Ma un rinnovamento in larga scala c’è stato, questo è innegabile.
Un artista come Jacopo Incani può essere collocato tra le figure più significative di tale “primavera indie”, sia per l’intensa opera di promozione e concettualizzazione del suo progetto IOSONOUNCANE (avviato dopo una estenuante militanza nei Call Center ed in una band chiamata Adharma), sia per l’approccio autonomo ed incontrollato alla dimensione più strettamente compositiva: parliamo di suoni ed armonie estranianti e scisse da ogni finitezza logica, testi che procedono a passi funambolici su svariati livelli ed affrontano il reale come se tutto fosse osservato da un giullare border-line che guarda la vita attraverso un vetro sporco e variopinto.
Nulla a che vedere con cavalieri acustici come ad esempio il Dente torbido ed intimista, suggeriscono quei blogger che si sono presi la briga di prendere in esame il fenomeno, e nulla a che vedere nemmeno con l’apatia lirica e suburbana del Brondi nazionale, eletto ormai a termine di paragone preferenziale nelle recensioni della critica indipendente di questi ultimi anni. Ma cosa vi è di differente dietro quella voce gracchiante e lisergica che ricorda un Johnny Rotten sputato fuori da una sagra di paese? La differenza risiede forse nel background? Alle spalle di Incani vi è la classica e solida radice agreste e favolistica, una Sardegna lucente di coste, spiagge, pastori e modelle in topless (evviva la fiera del luogo comune), una Bologna smossa dalla frenesia artistico-accademica, i licenziamenti, i contratti a termine, l’eterna ed abissale  ombra del precariato. Fin qui nulla di nuovo, certo. Ma a variare è il linguaggio, mai come ora torturato allo stremo, plasmato come cera calda, maneggiato con intelligenza e sdegno come a volerne tirar fuori la linfa, il senso ultimo: parole e paranoie si incastrano in maniera dannatamente armonica dentro tele enormi di loops elettronici, synth-effects e campionature quasi avant-pop (radiocronache e vecchie trasmissioni televisive, per dirne alcune), chitarre a volte rumorosamente mute, a volte ciclicamente cadenzate per riferire disagi, fantasie, analisi antropologiche argute ed intessute di urlante cinismo (il consumo, lo stallo moral-culturale, il libero arbitrio televotante, fiotti tiepidi di agognata apparenza, ordinaria non-vita).
In questo disco edito da Trovarobato nel 2010 ed intitolato sagacemente “La Macarena su Roma” non troverete stornelli o ritornelli, strofe scandite o altri orpelli simili, ma il canto gracidante e sgualcito di un pifferaio sotto acido, un abile cuoco che agita il mestolo dentro il pentolone fumante della nostra ipocrisia repubblicana, dentro e dietro la nostra dualistica “maschera occidentale”, demoniaca e al tempo stesso gioviale e scanzonata.
L’album, pubblicato ormai ben due anni fa, ha ancora troppo da trasmettere per essere stipato in un anfratto della memoria collettiva, e con questo articolo mi auguro di contribuire alla riproposizione di un prodotto originale, anti-schematico, gonfio di spunti, convergenze e significati:  transito obbligato attraverso ascolti come “Torino pausa pranzo”, spietata nel cupo ritratto di una metropoli affranta, “Summer on a spiaggia affollata”, che con ironico disincanto tratta di immigrazioni e naufragi, “I superstiti”, un parlato onirico in cui il “nostro” Incani interagisce addirittura con un redivivo e disoccupatissimo Gramsci, o ancora “Il sesto stato”, ovvero il bassoventre del sistema sociale che scalcia per risalire dallo scarico lercio della medio-borghesia (si sente cantare “Mentre i superstiti stipati negli aperitivi s’incatenano solidali alla libertà di potersi incatenare, avanza un sesto stato ancora senza nome da riarmare portandosi appresso un dopoguerra tutto nuovo da addobbare”).
Che IOSONOUNCANE abbia ancora molto da fornire alle nostre fauci bisognose di buona roba ad origine controllata è palese, tanto quanto la maestria autarchica (spinta forse leggermente oltre le soglie massime dello status quo tra artista e produttore) dispiegata in questo lavoro che vi invito a reperire ad ogni modo e ad ogni costo (o quasi). In attesa del prossimo disco, e di mille altre primavere.

(30/03/2012)

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Salvo Ricceri
Salvo Ricceri

Su OUTsiders, dal Febbraio 2012, scrive di indie-pendenze, provincialismi e menestrelli. Dirige la sezione Catania. Contatti: salvatorericceri@outsidersmusica.it