Lilin, l’altra faccia della femminilità pop

di Azzurra Sottosanti

LILIN (nome d’arte di Chiara Pulitanò) è una giovane donna dagli occhi grandi e il basso a tracolla. Venticinque anni, nata a Polistena e cresciuta in provincia di Cuneo, Lilin ha sempre avvertito, accolto e sperimentato l’arte nelle sue più molteplici forme: dalla danza al teatro, passando ovviamente per la musica. A un anno di distanza dal suo debutto con il singolo “Siamo noi la rarità” (che è subito entrato a far parte della classifica Indie Music Like del MEI, la playlist dei singoli preferiti dalle radio e dai media proposti dalle etichette indipendenti, ed ha collezionato in pochi mesi 306.000 visualizzazioni su youtube), la cantautrice piemontese ha deciso di confrontarsi con una tematica delicata e urgente quale quella del femminicidio nel brano “Claude e Marlene”: un tributo a tutte le donne morte d’amore, nato dal desiderio di mantenere viva l’attenzione nei confronti di una piaga sociale che ancora stenta a trovare una voce importante. Di violenza sulle donne e femminilità ma anche di musica, numeri importanti sul contatore di youtube e di progetti futuri abbiamo parlato direttamente con la cantautrice piemontese.

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Il tuo nome d’arte si riferisce a Lilith, che nella religione ebraica è considerata la “vera” prima donna, precedente addirittura a Eva, cacciata da Adamo perché non sufficientemente ubbidiente. Ma Lilith è anche, in astrologia, l’altra faccia della Luna, la cosiddetta Luna Nera, che simboleggia i lati oscuri dell’animo umano. Ha a che fare anche con questo il tuo nome? Con le tue luci e le tue ombre, con una certa inquietudine esistenziale?

“Mi sono sempre sentita attratta dalla dicotomia del mondo. Credo fortemente che tutto, il tangibile e l’intangibile, sia diviso in due parti e che nessuna di queste escluda l’altra. La ricerca del doppio aspetto delle cose è un sentimento che mi accompagna costantemente. Queste figure, demoni discendenti di Lilith, vendicano il passato della madre, ingannando le vittime con la loro immagine eterea. Io sono una persona tutt’altro che vendicativa, ma l’aspetto rassicurante delle Lilin, spesso ritratte con una folta chioma riccia e rossa simile alla mia, e la nera inquietudine che si portano dentro mi hanno fatta sentire riconciliata con la mia natura. A parer mio tutti abbiamo già incise nell’animo le nostre Eva e Lilith, le nostre due Lune. È compito nostro non escludere nessuna delle due entità e non farne prevalere solo una. Anche se, lo devo ammettere, con me vince sempre quel malinconico tormento che fa sentire vivi.”

Quando hai iniziato a cantare?

“Ricordo anche che in quinta elementare la maestra di inglese ci assegnò come compito la scrittura di una poesia che raccontasse l’inverno. Dopo aver descritto la stagione, decisi di parlare anche del mio amore per questo periodo dell’anno e mi accorsi subito di quanto il racconto delle emozioni fosse più stimolante della sola descrizione dei fatti. Iniziai poi a seguire il naturale suono delle parole e, per gioco, arrivò una semplice melodia. Il giorno seguente cantai la mia poesia davanti alla classe e lessi nei visi dei miei compagni una sensazione gioiosa. Era una meravigliosa giornata di neve e io mi accorsi che le parole messe in musica potevano andare oltre il loro puro significato. Mi accorsi, inoltre, di averne tante, dentro, di parole da raccontare, parole che con il tempo sarebbero diventate storie.”

I tuoi riferimenti musicali, come tu stessa dichiari, sono vastissimi ed eterogenei: da Julie London a Sia a Lauryn Hill, da Kumi Solo a Brahms, da Danzig a The  Alpines, fino ad arrivare agli MGMT e, per restare in Italia, a Vasco Brondi e Maria Antonietta. Ci parli un po’ della tua formazione musicale?

“Mi piace pensare che tutto ciò che ho ascoltato e suonato in questi anni abbia contribuito a formare la mia personalità musicale e che quindi in ciascun brano che scrivo, ogni elemento sia nato anche grazie ai riferimenti musicali passati per ogni periodo della mia vita. La mia predilezione per un cantato libero dai virtuosismi, ma emozionalmente intenso, è figlia della voce di Julie London e delle dive del jazz. Ho riconosciuto e compreso la mia necessità di trasformare in musica l’affetto velato di malinconia che solitamente provo, nell’intimo e sofferto romanticismo di Brahms come, successivamente, in un contemporaneo Danzig. Nonostante il lato oscuro però, quello più gioioso è sempre vivo e si sfoga prendendo ispirazione dalle cheap pop songs di Kumi Solo e dai suoni degli MGMT, ma ancor prima dalla mia passione per le vecchie guardie del synthpop. Cerco, fondamentalmente, di ascoltare ciò che mi piace, senza classificazioni di genere o pregiudizi, per poi metabolizzare ed unire il tutto nel bagaglio della mia esperienza. I miei due più grandi punti di riferimento, però, rimangono Lou Reed e David Bowie.”

Tu nasci come cantautrice. Come è avvenuto l’incontro con Bungaro e Cesare Chiodo (entrambi co-autori dei tuoi brani e il primo anche tuo produttore artistico)?

“Il primo incontro è avvenuto grazie al mio insegnante di canto e di vita, Aurelio Pitino, il quale mi aveva consigliato di partecipare ad uno dei preziosi stage che Bungaro tiene in tutta Italia. Avevo quattordici anni ed un irrefrenabile desiderio di imparare l’arte di conciliare la pura scrittura alla melodia. Ci incontrammo nuovamente dopo sette anni di duro lavoro su me stessa, sempre nel corso di uno stage. In quell’occasione decisi di cantare un mio brano, senza accompagnamenti e senza   fronzoli: presentai solo quello che avevo da raccontare, ciò che ero diventata nel corso di quegli anni. Ci capimmo alla perfezione. Da quel giorno è iniziata questa collaborazione, che ha coinvolto subito anche Cesare Chiodo, altra colonna portante del progetto.”

Il tuo primo singolo si intitola “Siamo noi la rarità”: il video (diretto da Mauro Uzzeo) che accompagna quel brano ha superato in pochi mesi su youtube le 306.000 visualizzazioni. Ti aspettavi un simile successo?

“Non me lo aspettavo! Io faccio musica perché per me è una necessità. Qualsiasi cosa accadrà nella mia vita, non smetterò mai di cantare poiché è la mia unica vera valvola di sfogo. Per questo motivo ho iniziato questa avventura con grande determinazione, non aspettandomi nulla. Ovviamente sono molto contenta del risultato. Risultato che è, per l’appunto, anche merito di Mauro Uzzeo, il quale è riuscito ad individuare sui muri romani la proiezione di ciò che succede nella mia testa, il mondo nel quale vivo. Una Alice in un paese di meraviglie metropolitane. Una giovane donna fantasiosa che vive tra la realtà di un grande amore puro e l’illusione di una Berlino mentale.”

Come è nato invece “Claude e Marlene”, il tuo secondo singolo? E chi ha avuto l’idea per quel videoclip?           

“Il primo input verso la stesura di “Claude e Marlene” avvenne nella primavera 2013. La mattina del 26 maggio però mi risvegliai da questa sorta di dormiveglia. Il giorno precedente avevo festeggiato il mio ventiquattresimo compleanno. L’età di una giovane ragazza, invece, si era fermata per sempre. Fabiana Luzzi, 16 anni, venne accoltellata più volte e infine bruciata viva dal fidanzato di 17. Ogni tre giorni in Italia una donna è vittima di femminicidio. Una lista interminabile di nomi di donne si presentò davanti ai miei occhi. Ho cercato di immedesimarmi in quelle storie ed ho provato un’incontenibile rabbia. Ho sentito il forte bisogno di parlare alle donne e far sentire loro la mia vicinanza. Ho voluto intensamente descrivere Marlene come una donna forte,  indipendente, stanca di un matrimonio fallito ed uccisa dal suo amante, per sradicarla dal solito contesto nel quale la donna viene, ahimè, ancora inserita nell’immaginario maschile collettivo. Non a caso ho scelto di utilizzare le parole “omicidio d’amor” nel testo del brano: l’ho fatto per amplificare maggiormente la crudeltà con la quale i Claude scelgono, perché di scelta si tratta, di uccidere le Marlene. Ma anche noi donne dobbiamo capire che un uomo che non ci rispetta non ci ama e non bisogna provare vergogna nell’ammetterlo, prima che sia troppo tardi. Spero che questo brano possa unire un buon ascolto ad una riflessione, che possa in qualche modo alimentare la comune consapevolezza dell’urgenza. Le istituzioni possono fare molto ma prima di tutto dobbiamo rivoluzionarci noi stessi.”

Un aspetto che colpisce sin da subito è il tuo modo, allo stesso tempo serio e autoironico, di giocare con la tua femminilità. Una femminilità prorompente, consapevole, determinata sin dal nome, la stessa femminilità che, come tu stessa ci racconti in “Claude e Marlene”, può far paura. Che cosa significa per te essere donna?

“Non so cosa significhi l’essere uomo, quindi posso solamente descrivere ciò che provo ad essere donna. Paragonerei questa figura ad una fotografia: guardandola è subito chiaro ciò che rappresenta. Ma una fotografia, come una donna, nasconde molto di più. Essere donna è essere il bianco: riuscire a contenere l’intero spettro dei colori, delle emozioni, delle paure, delle responsabilità, delle aspettative, pur mantenendo intatta l’identità e, soprattutto, la luminosità che risiede nell’anima. Credo, inoltre, che per essere donna ci voglia, ad oggi, pure molto coraggio, perché c’è ancora tanto per cui vale la pena lottare. Sono estremamente felice ed onorata di essere nata femmina e di essere diventata una giovane donna che conduce la propria vita seguendo le sue, e solo sue, decisioni, ascoltando sempre gli altri senza però lasciarsi mai influenzare. Oggi sono una donna in grado di agire in maniera decisa e, allo stesso tempo, di giocare con la sua personalità e femminilità. Utilizzo spesso l’autoironia, in relazione al mio fisico non consono ai canoni estetici odierni, come sfida nei confronti di chi pensa che io dovrei, per qualche motivo che mi sfugge, vergognarmi di  come appaio fisicamente. Io sto bene nel mio corpo, mi piace valorizzarlo e nessuno mi toglierà la sicurezza che ho riscoperto dentro me stessa. Siate ciò che siete!”

lilin

“Mi sento una Alice in un paese di meraviglie metropolitane. Una giovane donna fantasiosa che vive tra la realtà di un grande amore puro e l’illusione di una Berlino mentale”

Nelle tue canzoni parli spesso d’amore. In “Siamo noi la rarità” dici: «Amami e punta il mirino», rifacendoti, in qualche modo, ad una terminologia militaresca. Che cos’è per te l’amore? Include necessariamente una parte di sofferenza?

“A mio parere la sofferenza è la vera costante della vita. Senza una recondita malinconia ed il tormento non esisterebbero la sensibilità, le passioni e neppure l’arte. Tutto sarebbe vuoto e l’esatto contrario della vacuità lo si trova nell’amore, quindi anche questo deve includere la sofferenza. L’amore è una guerra e, come in battaglia, è necessario provare paura per rimanere concentrati sull’obiettivo, puntando il mirino, e per sentirsi ancora troppo legati alla vita per poterci rinunciare.”

A cosa stai lavorando in questo momento? C’è già qualche progetto per l’immediato futuro?

“Sto leggendo e sognando molto poiché sono in fase di scrittura di nuovi brani, da aggiungere alla mia valigia colma di canzoni, che spero di svuotare presto. Credo che, però, ogni cosa debba essere matura al punto giusto per essere colta, quindi preferisco procedere un passo alla volta, in attesa di scoprire dove mi porterà questo cammino. Nel frattempo procedono comunque le prove con i magnifici musicisti con i quali collaboro per i live del prossimo anno.”

(07/01/2015)

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Azzurra Sottosanti
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