Il Soundcloud della NASA e cinque producer in orbita

di Mattia Nesto

Un poker di musicisti nell’orbita (è il caso di dirlo) del collettivo Fabrica Music Area, hanno realizzato un bizzarro progetto “interstellare” per Bad Panda Records.

Che fantascienza e musica elettronica siano legate da un legame indissolubile non lo si scopre certamente oggi. Certi film o libri difficilmente possono essere “letti” senza l’ausilio, magari anche soltanto causato da suggestioni, di pulsioni, battiti, glitch e suoni realizzati dalle macchine. Eppure 80UA (che sta per 80 Unità Astronimiche), compilation in free-download su SoundCloud per Bad Panda Records, è un’operazione ancora diversa. Prendete produttori italiani più o meno emergenti e teneteli impegnati per dei mesi nella realizzazione della colonna sonora di documentario sugli alieni. Gli astronauti della Bad Panda Rec – Francesco Novara, Yakamoto Kotzuga, Geremia Vinattieri, Edisonnoside e JWCM – selezionano i suoni, cuciono assieme i sampler e un giorno, per caso, si imbattono nella SoundCloud Library messa a disposizione dalla Nasa (grazie, intanto). Amore interstellare a prima vista. Stregati dalle sonorità che provengono dagli archivi dell’Ente Spaziale americano, si decide di realizzare un ep con questo materiale. Ne viene fuori appunto 80UA, una sorta di distorsione dello spazio-tempo, condotta attraverso sonorità eteree e fluttuanti come “navicelle spaziali alla deriva in un sistema solare diverso dal nostro”. Suoni che si ascoltano quasi in trance, come in “VI|130” di Vinattieri, in cui l’atmosfera è completamente sospesa, tra tappeti di sinth che collegano tra loro le galassie, riverberi spaziali, echi forse di un mondo lontano e perduto e impalpabili sibili che non sembrano proprio provenire da alcun tipo di strumento umano. Illuminante, come un’esplosione di una supernova nello spazio profondo, il commento rilasciato sulle pagine di Rolling Stone, di Giacomo Muzzaccato aka Yakamoto: “Trovo totalmente pazzo ascoltare un qualcosa che nella realtà non esiste davvero”. Il producer veneziano ha centrato il punto. Questi suoni, “canzoni” come “Corona Borealis”, “Express 999” o “Yellowknife Bay” non esistono in realtà. Per lo meno non esistono in questa realtà, ma non è detto che in un altro tipo di realtà o di universo parallelo, fate voi, non possano esistere. In fondo, l’Universo è grande, sterminato, infinito, sconosciuto. E le tante piccole odissee interstellar-i dei cosmonauti dietro alla consolle – fortunatamente – non hanno ancora trovato una fine. E non serve essere Christopher Nolan per averlo capito da tempo.

(18/02/2015)

Commenta
Mattia Nesto

Fa’ che la morte mia, Signor, la sia comò ‘l score de un fiume in t’el mar grando