Il nuovo disco dei Giöbia è un viaggio con una compagnia aerea extradimensionale

di Redazione

Uno dei ritorni più attesi della scena psych europea, i milanesi Giobia sono chiamati a presentare il successore dell’ottimo Introducing Night Sounds.

di Niccolò Matteucci   –   Solitamente l’album successivo ad uno molto apprezzato è sempre insidioso, si rischia di imbattersi in confronti e delusioni dettate dalle aspettative da parte degli ascoltatori, mentre a monte per chi è chiamato a comporlo regna spesso l’indecisione se riprendere il cammino da dove lo si era lasciato, o se deviare il sentiero…

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I Giobia hanno fatto un album diverso, che necessita di più di un ascolto attento, per permettersi di familiarizzare meglio con il nuovo sound. Se la forza di Introducing Night Sounds era data dai tanti e diversificati spunti offerti, The Magnifier invece si presenta totalmente più incentrato su un determinato tipo di sonorità, che ricorda un po’ quelle dei cileni Föllakzoid  ma con meno effetto “loop” ipnotico, ma con più protagonismo e frecce all’arco. Un percorso coerente e unidirezionale ma non per questo privo di sfumature intriganti, più in linea però con gli standard delle altre band di punta della scena, ognuna con uno stile molto ben definito. Una scelta che probabilmente pagherà anche di più rispetto a quello che poteva essere approssimativamente confuso come un esercizio di stile nel disco precedente. La differenza è questa, se Introducing Night Sounds era composto da tante perle a sé stanti, The Magnifier è un viaggio dall’inizio alla fine. Una full immersion fatta di oscure esplorazioni sonore, sette pezzi intensissimi legati tra loro da un filo conduttore stilistico che da quasi l’idea che si stia ascoltando una colonna sonora.

L’unica cosa da fare per affrontare questo disco è abbandonarsi all’ascolto, allacciare le cinture e godersi la traversata.

L’effetto colonna sonora rimanda ad un’atmosfera da pellicola di genere tra l’horror e la fantascienza collocabile temporalmente negli anni 70, l’oscurità ed il brivido in salsa vintage ma con una propensione futuristica ed avanguardista. Il primo assaggio che anticipa la release ufficiale fissata per venerdì 11 settembre è Lentamente La Luce Svanirà di cui presto uscirà anche un video. Non solo un presagio di svolta verso sonorità più dark, ma anche un brano molto intrigante che strizza l’occhio non solo ai sopracitati Föllakzoid, ma anche un po’ allo stile mantra degli islandesi Dead Skeletons, senza tradire neppure il proprio marchio di fabbrica, figlio anche della miglior tradizione prog italiana (leggasi Goblin).

Anche la predilezione per lunghe e lisergiche sessioni strumentali, con il conseguente sacrificio di molte parti cantate e strutture, rendono difficile l’appiglio per quel tipo di ascoltatore abituato alle melodie ed ai punti di riferimento. L’unica cosa da fare per affrontare questo disco è abbandonarsi all’ascolto, allacciare le cinture e godersi la traversata. Fin dal brano This World Has Being Watched Closely con cui decolla il disco, ricco di imprevedibili cambi di ritmo, è subito manifesta la maestria nel giocare con la psiche dell’ascoltatore da parte della band composta da Stefano (chitarre e voce) e Paolo Basurto (basso), insieme a Saffo Fontana (tastiere) e Stefano Betta (batteria). Tra i pezzi che si differenziano maggiormente nei sette che compongono questo disco (il terzo in studio per i Giobia) spicca tonante e poderosa Devil’s Howl, che si segnala per la propensione stoner data dai suoni molto più duri e pesanti, oltre che per il pregevole assolo di chitarra. Il momento di più profonda immersione lo raggiungiamo con Materia Oscura, una sessione sonora di 15 minuti, che ricorda  in alcuni momenti il brano Orange Camel del disco precedente e che con ogni probabilità è nata e si è sviluppata proprio da jam session live costruite partendo proprio dal giro portante di quel brano. Non a caso ricorda molto un pezzo caricato tempo fa sul profilo Soundcloud della band, dal nome “Orajam” (due indizi che fanno già una prova)…

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La title track, che poi è anche il pezzo di chiusura, si apre immediatamente con delle sonorità più luminose e liberatorie, come candidi e caldi raggi solari che squarciano il cielo dopo una tempesta magnetica, sulle cui note si fa ritorno sulla Terra alla fine di questo viaggio. In definitiva, tutto quello che occorre sapere è che: The Magnifier non è un disco, è un’esperienza ed i Giobia, non sono una band, ma una compagnia aerea extradimensionale.

(08/09/2015)

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