Il disco “pop” di Carla Bozulich è ossessivo, destabilizzante e introspettivo

di Valentina Battini

L’eroina punk Carla Bozulich, classe 1965, proveniente dal Greenwich Village di New York, torna col suo album più “pop”.

L’ultimo lavoro dell’artista, dalla vita dissoluta a tratti bruciata è “Boy”, specchio in cui si riverberano le luci di un’esistenza estrema. Definito dalla stessa Bozulich come il suo album “pop”, sembra essere riuscita a fargli indossare abiti dalle tinte decisamente dark, che poco si conciliano con le logiche orecchiabili e commerciali tipiche del genere. Qui si celebrano piuttosto la decadenza del trambusto e l’introspezione, il tutto narrato da una voce labirintica che appare come la cifra espressiva dell’album. Di forte impatto l’incipit metallico e rude di “Ain’t no Grave”, seguita dal blues di “One Heard Man”, in cui la somiglianza con Patti Smith è lampante nel crescendo vocale. Tamburi ancestrali e un monologo ossessivo incalzano su “Don’t Follow me”, rendendolo un pezzo meditativo ed essenziale. Il tenore del disco scorre lungo la viscosa scia dell’angoscia che scarnifica la melodia e scopre una voce straniata, graffiante, a tratti acuta e singhiozzante, come in “Drown to the light”, o maniacale e scheletrica nel mantra dark di “Creeper than the well”. Il tutto si conclude con “Number X”, sonata ambient, paradossale e illogica, chiosata dalla voce tagliente della Bozulich negli ultimi 30 secondi. “Boy” è un lavoro intenso e destabilizzante, spintosi verso un nuovo genere, che giustificherebbe il nome di “psychedelic-funeral”, in grado di rappresentare l’ambivalente anima del disco, mesta ed aggressiva al contempo.

(11/12/2014)

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Valentina Battini
Valentina Battini

Studentessa di giurisprudenza all'università di Catania e scrittrice a tempo perso con l'insana tendenza ad intrufolarsi in camerini e backstage. Appassionata di rock,indie e alternative.