[REVIEW] Hundred Waters – The Moon Rang Like a Bell

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
7.5


Voto
7.8

7.8/ 10

di Simone Picchi

Hundred-Waters

Parlare di un’album degli Hundred Waters è complicato. Giovani musicisti cresciuti in una delle tante piccole comunità tra folk, indie, elettronica, pop e musica sperimentale che si uniscono in un suono comune fuori dal tempo e dallo spazio. Tratto che li accomuna ad un’artista a tutto tondo come Björk, ispiratrice di un approccio musicale elevato ad una concettualità spirituale. Una musica fatta di suggestioni sin dal prologo iniziale che apre al singolo Murmurs, un sussurro lungo tre minuti. Segue Cavity che entra nelle profondità della Terra fatta di echi e linguaggio criptato che si contrappone alle profondità subacquee di Out Alee. Innocent si candida ad entrare nella classifica delle migliori canzoni dell’anno, un viaggio tra ideali canti di sirene sempre più ammalianti.  Dopo qualche traccia “sottotono” si arriva a toccare le rive di fiumi asiatici, tra carillon orientali  e danze tribali allegre in [Animal] che stridono con la finale No Sound.
Sunto ideale delle anime musicali di un decennio fatto di decadenza – da Four Tet fino fino a Lana Del Rey – l’album ha un carico di emotività incredibile sotto forma di emozioni profonde che scavano fino a toccare il terminale del sentimento puro. Non il lavoro perfetto che ci si aspetta di ascoltare sin dalle prime note, ma sicuramente un lavoro che rimane impresso in un modo o nell’altro, che porta con sé ogni sentimento umano fuorchè l’indifferenza.

(02/07/2014)

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Simone Picchi

Studente di Scienze politiche a Messina, collaboratore recensore/reporter/intervistatore/factotum.