How to Destroy Angels – Welcome Oblivion

Scheda
Rispetto al genere
6.0


Rispetto alla carriera
6.0


Hype
6.0


Voto
6.0

6/ 10

di Edoardo D'Amato

Trent Reznor è stata una delle personalità più importanti degli anni ’90, e forse non solo, perchè la sua creatura più bella, i Nine Inch Nails, ha saputo resistere all’incedere del tempo incappando solo in qualche scivolone (francamente l’ultimo The Slip, targato 2008, non aveva granchè ragion d’esistere). E bisogna anche ammettere che le colonne sonore rispettivamente di The Social Network e The Girl With The Dragon Tattoo hanno fatto bingo, insieme al fido amico Atticus Ross. Insieme a quest’ultimo, Rob Sheridan e alla propria mogliettina, Mariqueen Maandig, Reznor ha dato luce due anni fa ad un progetto che si rifà esplicitamente (o meglio cerca di rifarsi) ai fasti che furono: così sono nati nel 2010 gli How to Destroy Angels, sulle ceneri di un passato che ormai forse stava faticando ad emergere nel presente. Perciò Reznor avrà pensato che fosse il momento giusto per fare tabula rasa del prima per buttarsi a capofitto nell’oggi, e questo si chiama Welcome Oblivion: è la prima creatura targata da questo insolito trio, che si adagia fin troppo su quel sound ambient elettronico e industrial, con un pizzico di trip hop di massiveattackiana memoria (sentite How Long). Il risultato però non è però straordinario: si ha la sensazione che ormai Reznor abbia esaurito le sue cartucce, o meglio che ne abbia ancora (basti pensare agli egregi lavori per le colonne sonore dei sopra citati film) ma che per spararle si debba inserire nel contesto giusto, e quello degli How to Destroy Angels non sembra essere tale. Infatti pare che il nostro Reznor sia in un terreno dove tutto è già stato colpito e tramortito: questo album di debutto è insomma un po’ anonimo, filo diretto con il passato ma ricco di sonorità povere e vecchie che cercano di essere riempite e innovate attraverso qualche escamotage techno con cui si prova ad esaltare al massimo anche la voce di Maryqueen (l’apripista The Wake Up è emblematica, come anche How Long). Nel disco poi ci sono momenti geniali, dove emerge ancora una volta la personalità poliedrica di Reznor: basta ascoltare gli intrecci di The Loop Closes, dove i due duettano sottovoce, o i sette minuti della traccia che chiude il tutto, Hallowed Ground. Rispetto all’ultimo The Slip, questo Welcome Oblivion è grasso che cola ed è comunque un lavoro piacevole, ma i coniugi Reznor danno il benvenuto all’oblio con un album che però non illumina del tutto, e rimane intrappolato nel buio della non identificazione.

(13/03/2013)

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Edoardo D'Amato
Edoardo D'Amato

Direttore. Classe 1990, ho visto nascere OUTsiders e ora cresce insieme a me. Collaboro anche presso il network www.fantagazzetta.com.