Hot Chip – In Our Heads

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
6.0


Hype
6.0


Voto
6.3

6.3/ 10

di Matteo Monaco

Gli Hot Chip sono uno di quei gruppi che non saranno dimenticati facilmente, sulla base di almeno due motivi. Primo, perchè la qualità dei singoli proposti, fin dagli esordi di The Warning, ha rasentato le soglie dell’ottimo estetico (come la pluripremiata Over and Over) giocando anche su un fertile contrasto formale tra i mood artistici della nostra epoca (la dance-pop riveduta in chiave psycho-boy-band-di I Feel Better). Poi, dal punto di vista socio-musicale, gli Hot Chip resteranno noti come i principali artefici dell’ondata hipster a base di elettronica per PC, riga pettinata su un lato e collezionismo di elementi vintage negli ingranaggi dei nuovi beatbox. Un elemento, quest’ultimo, che trova conferma in tutti i capitoli della saga del quintetto londinese, istituzionalizzando un nuovo modello di musicista equidistante dal tipo del dj e dal tipo della tipica rock band.
L’ultima stazione raggiunta dal duo Taylor-Goddard, il nuovo In Our Heads, risponde ancora ai canoni espressivi inaugurati più di dieci anni fa. Non è una sorpresa: da un lato la proposta della band inglese riesce tuttora a rintuzzare i tentativi di imitazione e di rinnovamento delle nuove leve, mentre dall’altro conferma la fedele adesione ad una vera e propria “linea sonora”, con le sue leggi e con i suoi tabù.
La partenza di Motion Sickness collega da subito il cavo della memoria con il futuro ancora da scrivere, in un riuscito esperimento di nevrosi wave e di assoli sovrapposti di synth, per gettarsi nelle braccia della fresca How Do You Do?. Sembra tutto già scritto, in un copione che conosciamo fin troppo bene. Sì, perchè si aspetta già il singolo spacca ossa e il “pezzo riflessivo” di Taylor non può più aspettare di entrare in scena.
Però, come previsto, l’ironia sulle ripetizioni e sui ricorsi storici è da ritirare in blocco: i 7 minuti di puro loop tra suggestioni berlinesi e strizzate d’occhio all’elettronica da ascolto contenuti in Flutes valgono da soli il prezzo dell’album, proprio quando Look At Where We Are fa il suo ingresso dalle sacre porte del pop all’inglese. Come insegna il ferreo codice del gruppo albionico, poi, le buone prove di Now There Is Nothing e della citata traccia d’apertura non guadagnano se non un posto secondario, utile ad accompagnare i due pilastri di In Our Heads. Parallelamente, i restanti pezzi emettono lo sgradevole odore di riempitivo, pronti per essere infarcito dagli sbadigli più sconsolati.
Cosa resta, nel giudizio conclusivo su In Our Heads, è la capacità di riscrivere ognivolta una carriera dai contorni già storici, quella degli Hot Chip, senza apparire totalmente sorpassati. Eppure, anche se quest’ultimo è supportato da un pugno di canzoni dal “tiro” innegabile, l’idea che si fa spazio nell’ascoltatore è che non ci può essere un “nuovo” disco per il combo inglese. Ce ne può essere un “altro”, o peggio un “ennesimo”, ma la forbice tra queste due possibilità sembra assottigliarsi sempre di più.

(30/06/2012)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.