Hookworms – Pearl Mystic

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
7.0


Voto
7.0

7/ 10

di Lorenzo Goria

hookworms

Sarà che un gruppo di rock psichedelico degli anni ’10, che porta il nome di un parassita dei cani non ha molti numeri per balzare agli onori delle cronache, ma il primo album degli Hookworms è passato quasi sotto silenzio. Niente di più ingiusto, perché anche se non strettamente innovativi, questi ragazzi di Leeds hanno un’insolita padronanza della materia per degli esordienti. Che poi esordienti non sono, con quattro EP alle spalle, di cui uno già della rispettabile durata di 35 minuti. Pearl Mystic è un disco di maturità precoce, registrato con pochi mezzi e quindi genuinamente lo-fi, annegato in atmosfere acide e retrò.  È più facile sentire una chitarra fischiare che suonare normalmente, così come un continuo disturbo di fondo sul nastro rende scontato il mal di testa alla fine dell’ascolto, ma ne vale veramente la pena anche se non si è degli appassionati.

Anche perché non occorre essere degli adoratori dei Tame Impala per apprezzare uno starter come Away/towards: quasi nove minuti, di cui due solo preparativi ad un’inarrestabile cavalcata figlia dei Sonic Youth e degli Acid Mothers Temple messi insieme in un frullatore. Anche il secondo pezzo, Form & function schiaccia sull’acceleratore, con un po’ meno di grazia e più aggressività e spiana la strada al vero pezzo da otto dell’album. In our time è un attimo di respiro dopo due tracce forsennate, dominata da una chitarra riempita di fuzz e da un giro di basso azzeccatissimo, che sostiene tutta la canzone e la voce, per la prima volta ben pulita e godibile. Un attimo di vera magia, che porta un’insperata dolcezza a bilanciare un disco altrimenti del tutto votato al puro noise. E se i sette minuti di Since we have changed tengono a freno l’esuberanza degli Hookworms con una bella traccia strumentale piuttosto contenuta, il quintetto esplode definitivamente con Preservation e non si ferma fino alla fine dell’album, What we talk about. Alla fine dell’ascolto si consigliano analgesici.

In definitiva, Pearl Mystic  soffre dell’eccessiva durata delle canzoni e dell’esasperata bassa qualità del suono. È un disco concepito per piacere a pochi che accidentalmente viene alla luce come un prodotto facilmente godibile, di sicuro non radio-friendly e con un marchio personale ben evidente lasciato dal gruppo. Molto meglio i viaggi allucinati e lenti delle martellanti fusioni con il noise, ma  il talento trova sempre una strada per venire fuori. Un bel pezzo di storia all’interno di un genere che di storia oggi non ne ha più molta.

(30/12/2013)

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Lorenzo Goria

Collaboratore poco più che occasionale, studente di liceo classico a Torino e (con ogni probabilità) OUTsider più giovane in circolazione.