Here We Go Magic – A Different Ship

Scheda
Rispetto al genere
6.5


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
6.5


Voto
6.7

6.7/ 10

di Giorgio Albano

Spesso, soprattutto nell’ambito della musica indie, capita che dalle ceneri di un gruppo nasca un progetto solista. Molto più raramente ci si trova di fronte al processo inverso, ovvero che un progetto solista diventi col passare degli anni un vero e proprio gruppo.  Questo è proprio il caso degli Here We Go Magic. Nato nel 2009, praticamente come pseudonimo di Luke Temple ( chitarra e voce), il progetto si è sviluppato dopo l’album di debutto dello stesso anno vedendo l’ingresso di altri quattro membri: Jennifer Turner (basso), Peter Hale (batteria), Michael Bloch (chitarra) e Kristina Lieberson (tastiere). Con questa formazione il gruppo newyorkese presentava nel 2010 Pigeons, suo secondo album. Grazie a questa produzione la band ha incominciato a suonare in Europa, facendosi notare da sua maestà Thom Yorke e dal manager Nichel Gordich. Proprio grazie a queste conoscenze gli Here We Go Magic hanno trovato la possibilità e la situazione ideale per il loro terzo disco, come detto coadiuvati proprio da Gordich che li segue da allora. E’ così che nasce A Different Ship, terzo album in studio. Rispetto ai precedenti, e vista la sua genesi, si nota subito un diverso e più raffinato lavoro di mixaggio e  post produzione che alzano notevolmente il livello. Il disco contiene dieci tracce  e comincia con Intro, cioè cinquanta secondi di rumore bianco, percussioni frenetiche e campane. A questa segue invece Hard to Be Close, una traccia piuttosto tranquilla e dalle sonorità quasi folk, che ricordano in alcuni passaggi e accordi i Radiohead. Le tracce successive sono più legate ad un’elettronica, comunque, non invasiva. Il disco viene poi chiuso da due tracce delicate, tratteggiate da una nota di tristezza e malinconia: prima Miracle of Mary e poi proprio gli otto minuti finali della canzone che dà il nome a tutto il lavoro, Different Ship. Il  disco è pertanto piuttosto sperimentale, spaziando senza troppo imbarazzo dal folk all’elettronica e passando senza alcun dubbio dal dream pop e  dall’indie di stampo brith. Inutile dire che hanno avuto un ruolo importante in questo successo tutti i ragazzi che hanno messo le mani sulla lavorazione dell’album sapendone tirare fuori, oltre ad un sostanziale equilibrio tra tutti i vari generi musicali (cosa decisamente non facile), anche l’anima perennemente sospesa tra l’allegria e la malinconia del gruppo di New York. Ovviamente , come per molti dischi sperimentali, il lavoro risulta un po’ scollegato e non troppo facile da essere capito. In ogni caso la strada è decisamente quella giusta.

 

(31/08/2012)

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Giorgio Albano
Giorgio Albano

Redattore.