Heartless Bastards – Arrow

Scheda
Rispetto al genere
6.5


Rispetto alla carriera
7.5


Hype
7.0


Voto
7.0

7/ 10

di Elena Quaglia

I Bastardi Senza Cuore sono ufficialmente emersi. Dopo quasi una decade e tre album incisi con l’etichetta indipendente Fat Possum Records, i ragazzi dell’Ohio capitanati dalla strepitosa frontwoman Erika Wennerstrom non sono più i fratelli minori dei compatrioti Black Keys (che lanciarono la loro carriera): certo, lunga è la strada di successo e notorietà, ma Arrow non passerà inosservato. Uscito a febbraio per la Partisan Records, attira subito l’evocativo bisonte in copertina, silhouette indicata da una freccia, a ricordare forse atmosfere di ampie brughiere orientali e musica della costa pacifica che poco sembrano avere a che fare con i rocchettari del Midwest. Ci si aspetta quasi una carrellata di country contemporaneo à la Desperado, in stile Eagles, e invece. Quello degli Heartless Badtards è un bisonte metafisico, una pura idea di potenza ed estinzione fortemente legate che sembra galoppare in parallelo ai binari del tempo. Pochi generi sono ad ora più azzeccati di questo post-rock-indie-nostalgico che ci parla in una lingua universalmente comprensibile al mondo occidentale: in essa ritroviamo pressochè tutto, dalla psichedelia latente eredità dei primi Doors al romanticismo sopito dei cantautori della Westcoast passando per l’elettricità provocante e zeppeliniana che ha di sicuro fatto scuola per la Wennerstrom, autrice. Eppure l’album intero ha in sé qualcosa di spento, una vena di stanchezza esistenziale, di nausea sartriana che fa scivolare piacevolmente tra le orecchie i dieci ottimi brani lasciandosi dietro però una sentimento di insoddisfazione melancolica e sottile. Sarà forse la toccante e ruvida voce di Erika che si lascia andare in Only You ad echi quasi disperati di solitudine, o la dolcezza ridondante e formulare di Marathon, o ancora il roots inerziale e strascicato di Low Low Low e The Arrow Killed The Beast, quest’ultima perfetta colonna sonora di una cavalcata nel deserto texano con tanto di ossa nella sabbia e voli di condor contro il sole morente. Certo non mancano nel disco vere e proprie vampe di energia, percepibili chiaramente in Simple Feeling o anche nella ritmata e acustica Skin And Bone, ma forse il brano che meglio sintetizza l’opinione sul lavoro è Down In The Canyon. Poesia, riff efficaci, ottime liriche e una ragguardevole carica strumentale sono gli ingredienti di un pezzo di un qual certo spessore. Eppure, finiti i sette minuti e mezzo di godibilissimo rock ben confezionato, la sensazione che resta è quella di un canzone stiracchiata tanto da perderne il punto focale. Arrow merita successo: è un lavoro curato e non manca di una certa scintilla vitale di intuizione che lo rende adatto al momento, al pubblico e al gusto dell’epoca. Un plauso alla Wennerstrom e ai suoi tre abili musicisti, che sanno creare una splendida amalgama indie, ma allo stesso tempo uno sprone ad abbandonare i sentieri già battuti dai cacciatori della moda e a migrare verso più felici praterie dove possano galoppare mandrie di bisonti.

(16/04/2012)

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Elena Quaglia

Redattrice. Lavora a RadioTrip.net (www.radiotrip.net) e RadioAttiva (radioattivarivoli.wordpress.com): nell'attesa di diventare una speaker professionista studia Scienze Forestali e scrive parecchio.