Green Day – ¡Uno!

Scheda
Rispetto al genere
4.0


Rispetto alla carriera
4.0


Hype
6.0


Voto
4.7

4.7/ 10

di Lorenzo Giannetti

Dopo la gastrite che ha causato l’annullamento del concerto bolognese di quest’estate e lo sfogo post-alcolico (chitarra sfasciata e sequela di “fuck” da far sorridere Scarface) che ha bruscamente interrotto la performance all’iHeart Radio Festival, a sparare a zero su Billie Joe Armstrong e su questo ultimo, pessimo, album in studio dei Green Day, si ha un po’ la sensazione di affondare una barca già di per sé in completa avaria.
Cerchiamo mettere ordine in una carriera ventennale, di analizzare una parabola che sembra oramai accartocciarsi su stessa. Dopo i fasti popcore dei 90’s (da quel “Dookie” che insieme ad illustri colleghi ha inserito definitivamente il punk nelle maglie del pop, marchiando la cosiddetta MTV Generation), il trio californiano cambia rotta in direzione di una “punk’n’roll opera” tutta slogan e pathos adolescenziale, filtrata però dalla magniloquenza degli Who e da una tutto sommato apprezzabile (seppur ampliamente studiata a tavolino) volontà di creare concept album in bilico tra punk, pop e hard-rock capaci di riempire gli stadi. L’esperimento (o il trucchetto, se preferite) funziona bene in “American Idiot”, soprattutto dal vivo, calzando a pennello per una band ammiccante sotto il profilo comunicativo e forte di un leader-showman istrionico come Armstrong. Tutto naufraga però abbastanza in fretta, laddove il successivo “21st Century Breakdown” tiene botta solo in alcuni episodi, edulcorando ed enfatizzando una formula sempre più invischiata in facilonerie pop.
E’ un altro campionato quello che giocano i Green Day post-American Idiot, dobbiamo dirlo: inutile star lì a puntare il dito contro le derive sfacciatamente radiofoniche o sperare in una redenzione (non-voluta, peraltro). Divi patinati, top player delle charts mondiali, insieme ai grandi fenomeni pop d’oggi. Lontani da ogni snobismo anti-pop (per la cronaca chi scrive è cresciuto a suon di GD), qui, in questo primo capitolo dell’annunciata trilogia targata 2012 (Uno!, Dos!, Tré!) si parla di bassissimi standard qualitativi, insomma, punky-pop o popcorechessia, fatto male. Non che i cuginetti/compagni di sventura Blink182, Sum41 o Offspring abbiano negli anni tirato fuori qualcosa di meglio, a dirla tutta. Tra riffoni finto-spacconi i primi, emo-core puerile i secondi ed improbabili anthem elettronici da spiaggia gli ultimi, i Green Day recitavano ancora la parte dei sopravvissuti, in fondo. Rinnovati, rivitalizzanti e con nuove e sempre maggiori schiere di fan. “¡Uno!” però, evidenzia un netto, brusco, catastrofico calo di ispirazione. 

Il tempo di origliare due linee di basso in “Nuclear Family” (giusto a ricordarci che dietro all’accentratore Billie Joe dovrebbe vibrare il basso di Mike Dirnt) ecco incanalati due dei momenti più urticanti dell’intero album: “Stay the Night”e “Carpe Diem”, fiacche e dolcificate come non mai, provano a fare il solletico ai Clash (una costante, l’echeggiare per diverse tracce dell’anthem di “I Fought the Law”, già coverizzata peraltro dai GD).  In mezzo trovi anche “Let yourself Go”, che si configura come una summa dei Green Day versione Nimrod/Insomniac, con un tiro niente male e il debito giovanile coi Ramones. A metà è chiaro che i Green Day hanno abbandonato la via delle lunghe suite punk-pop dei due precedenti lavori per tornare ai “three-minutes ride” vecchio stile, passando però dal sudicio garage di Ockland alle produzioni patinate di un Rob Cavallo in evidente calo di stile (anche lui); esageriamo, dal boulevard of broken dreams al boulevard tutto flash di Hollywood. Il resto è il groove con assoletto distorto stampo garage-60’s di “Troublemaker” (dalle parti del divertissement firmato Foxboro Hot Tubs, omaggio alla dichiarata passione per Kinks e dintorni) o i riff spazzatura di “Angel Blue” e “Sweet 16” (ecco che si palesa il target anagrafico di questo album). Fin qui, tutto spiccatamente adolescenziale, sicuramente azzeccato per spot pubblicitari, ma soprattutto fuori tempo massimo di tipo dieci anni e lontano anni luce dal pathos primigenio: “Maria, Maria… Where have you been?”, senza però lo sballo d’un tempo.

Discorso a parte mi riservo per i due singoli di lancio, fondamentali nell’economia del disco. Diversissimi. “Kill the Dj”, se vogliamo, è una sorpresa nella sorpresa: toh, i Green Day che provano a fare gli indie! Uno-due e ti vengono in mente i Franz Ferdinand: la carta dovrebbe forse essere quella della disco-punk made in Kapranos mischiata al reggae’n’roll urbano dei NoDoubt, con un filtro vocale che ibrida Armstrong con Alex Turner degli Arctic Monkeys. Eh. Camminata ridicola in mezzo al dancefloor stile urban-crew a parte, radiofonicamente la cosa funziona, seppur in ritardo di un quinquennio. Ma il Razzie Award è tutto per “Oh Love” cavalcata senza senso verso il nulla, troppo banale per essere vera (ah, ecco cosa intendevano nelle dichiarazioni pre-album quando parlavano di un ibrido AC/DC-Beatles…!?): che poi, in nome dei vecchi tempi avrei relativizzato tutto col sorriso, ma il video con le modelle –playmate style- mezze nude che si strusciano e ammiccano, è roba per navigati Velvet Revolver, dai. La California dei Rancid è diventata quella di Katy Perry? Io non ci sto.

Così i Green Day annullano la propria credibilità su tutti i fronti (sempre per chi non l’aveva persa già ai tempi di “Basket Case” ma questa è tutta un’altra storia). E dispiace un po’, perché dal vivo, l’illusione scenica di Billie Joe e soci rimane tra le più esaltanti del panorama pop-rock. “¡Uno!” però è poca credibilità, pochissime idee, Armstrong in rehab: divertente a tratti  ma decisamente passeggero. Vedremo cosa ci riservano “Due!” e “Tré!”, vedremo se i Green Day hanno ancora qualcosa da dire.

(25/09/2012)

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Lorenzo Giannetti
Lorenzo Giannetti

Direttore di OUTsiders. Classe 1990. Scrivo anche per Zero.eu, Impatto Sonoro e Rocklab.