Green Day – Tré!

Scheda
Rispetto al genere
3.0


Rispetto alla carriera
3.0


Hype
3.0


Voto
3.0

3/ 10

di Lorenzo Giannetti

E siamo a Tré, drammaticamente attapirati di fronte alla trilogia 2012 targata Green Day. Ascoltando l’ultimo episodio della saga, la domanda che ci attanaglia è (purtroppo): perché ben tre dischi (quasi uguali) per raccontare i Green Day degli Anni ’10? Ma ovviamente per vendere, vendere, vendere. Ecco che allora ci si incazza. Perchè la pochezza di idee messa in campo da Billie Joe e soci era già ben al di sotto della sufficienza, ma l’averla spalmata lungo più di 35 tracce, molte delle quali prive di mordente e addirittura assai simili tra di loro (ma non ascrivibili alla genuina ripetitività di talune composizioni punk/hardcore) è davvero l’operazione commerciale di una band che intravede spiragli di luce solo nelle pirotecniche esibizioni dal vivo.
Se Uno! doveva essere un ritorno alle origini della Dookie-era, Dos! rispolverava i dischi garage-punk degli albori (configurandosi quasi come un secondo lavoro del side project Foxboro Hot Tubs), con Tré! l’idea era quella di ritornare alle punk-suite di American Idiot.
Se in effetti non manca l’alternanza di momenti più rilassati (con pianoforte e chitarra acustica a farla da padroni) ed anthem elettrificati power-pop, delle lunghe scorribande in direzione The Who che animavano composizioni passate come “Jesus of suburbia” o “Homecoming“, non v’è traccia, se non nella frizzante poliritmia di Dirty Rotten Bastard.
Largo invece a sonorità prettamente pop-punk, con coefficiente di “zucchero” crescente: Brutal Love è una sorta di “The great pretender” made in California, piaciona all’inverosimile nello schiamazzo dei fiati; Drama Queen ricorda certe marcette acustiche degli ultimi Oasis, 99 Revolution infiamma fugacemente gli animi di una sterile protesta. Tutto divertente, ma come puro sottofondo disimpegnato. Missing You è la sbiadita fotocopia di quella One of my lies che invece brucia ancora riascoltare, sincera e palpitante dopo anni. Little Boy Named Train è praticamente Carpe Diem (nella tracklist di Uno!). Il resto è college-rock fatto da quarantenni, garage-punk patinato ed un paio di video buoni per gli MTV Awards. Sebbene paracula, l’operazione American Idiot aveva un piglio decisamente lontano da questa roba. Trilogia quasi totalmente prescindibile dunque? Questione di punti di vista, ovviamente. Col dubbio che forse un unico album, con la sua decina di canzoni virata garage (meglio) orchestrate da Rob Cavallo, poteva limitare i danni, a fine percorso ingenti sia sotto il profilo qualitativo che mediatico.

Vorrò probabilmente sempre bene ai Green Day, ma questo disco è semplicemente “di troppo”. Una sufficienza, una stroncatura, un votone sarebbero (e sono) più che mai inutili nella partita che i GD continuano a giocare da teste di serie. Indi per cui la valutazione sopra: non (prendetelo come) un voto ma un omaggio al titolo.

 

La trilogia merita di essere relegata al Tubo. Se volete far figurare i Green Day sotto l’albero di Natale, piuttosto accaparratevi questo:

(11/12/2012)

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Lorenzo Giannetti
Lorenzo Giannetti

Direttore di OUTsiders. Classe 1990. Scrivo anche per Zero.eu, Impatto Sonoro e Rocklab.