Green Day – ¡Dos!

Scheda
Rispetto al genere
5.5


Rispetto alla carriera
5.5


Hype
7.0


Voto
6.0

6/ 10

di Lorenzo Giannetti

Dopo il “non irresistibile” primo capitolo dell’annunciata trilogia targata Green Day (Uno!, blando tutto sommato anche sotto il profilo mediatico se si esclude la chiacchierata mattanza di Billie Joe Armstrong in diretta tv), subito nei negozi “Dos!”, questa volta con il bassista Mike Dirnt in copertina, bell’e pronto per i pacchetti natalizi.
Meglio. Iniziamo col dire questo. Nonostante gli oramai evidenti limiti del trio californiano in fase compositiva (laddove l’espressione on stage rimane comunque valida nel genere) e qualche plateale scivolone, con Dos! i Green Day giocano in maniera un’anticchia più convincente le proprie carte: insieme al (troppo) puerile punky-pop che aveva caratterizzato l’episodio 1, vengono stavolta assecondati i pruriti garage-rock che i tre di Berkeley si erano già divertiti a solleticare nel side-prodget Foxboro Hot Tubs qualche anno fa. Si tratta di rievocare la passione (neanche poi tanto) nascosta per i Kinks, che tanto echeggiavano già in Warning, datato 2000. Ecco che quando si prova a “sporcare” una produzione immacolata, immersa per-non-dire-affogata nei filtri vocali di Armstrong, esce un dignitosissimo Makeout Party da festino minorenne al college, ma anche una gaudente (seppur debitrice della Mother Mary dei sovracitati Hot Tubs) Stray Heart, filastrocca con basso 60’s che entra in testa e non ti molla più. In mezzo però tanti riempitivi decisamente meno incisivi (Lazy Bones, Baby Eyes). Se la botta anthemica di Lady Cobra regge il confronto come outtake della golden age dei 90’s (con quell’intro pestata che par di sentire L’Amor Carnale dei BSOD), la narcotica Nightlife prende forma tra le pulsioni reggae’n’roll di chitarra/basso ed il tocco urban/r’n’b della rapper Lady Cobra.
Le atmosfere 50’s si intersecano con tutto ciò che è stato fatto (meglio) da Clash (in primis) e Social Distortion (in secundis), ma – un po’ White Stripes, un po’ Weezer, un po’ Franz Ferdinand – questo Dos!, senza essere preso troppo sul serio, gira bene e riserva colpi radiofonici ben assestati, fino agli accordi pizzicati della coda Amy (accorato omaggio alla scomparsa Winehouse) che conclude l’album con la malinconia beat della chitarra acustica.

Dos! si butta giù come un spritz estivo, leggero e poco impegnativo, sicuramente meglio del suo predecessore. Senza però far troppo desiderare il suo succesore Très!



(17/11/2012)

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Lorenzo Giannetti
Lorenzo Giannetti

Direttore di OUTsiders. Classe 1990. Scrivo anche per Zero.eu, Impatto Sonoro e Rocklab.