Grand Blanc: gelidi echi dalla Francia tra Ian Curtis e Leo Ferré

di Mattia Nesto

Una manciata di canzoni dai suoni “profondi come tombe” per un EP folgorante: quattro transalpini da tenere d’occhio.

I Joy Division continuano a lasciare in giro per il mondo, non soltanto a Macclesfield e dintorni, successori più o meno degni. Questa è la volta dei Grand Blanc, che stanno facendo molto parlare di sé in Francia. Qualche mese fa è uscito l’ep omonimo che ha infiammato le riviste e i blog specializzati di musica, uno su tutti il prestigioso Les Inrockuptibles: giovane speranza della musica glaciale transalpina o ennesimo esempio di come “perseguire la strada dei propri miti significa imitazione, non creazione”? Per dare una risposta definitiva certamente non basteranno le quattro canzoni che compongono Grand Blanc, ma possono dare bene un’idea delle coordinate, costantemente rivolte verso latitudini e longitudini settentrionali. I quattro ragazzi di Metz se, da un lato, tributano un enorme omaggio a Ian Curtis & soci nelle sonorità e nell’immaginario estetico, dall’altro, soprattutto nella costruzione delle liriche, fanno  riecheggiare echi molto forti di Léo Ferré. Da questo cocktail salta fuori un ep particolare, in cui suoni oscuri e “profondi come tombe” si uniscono a liriche altrettanto stranianti, che raggiungono un tono quasi epico in “Samedi la nuit”: Tu rêvais la horde fiévreuse des maladies vénérées/ Qui s’en revenaient les heures creuses avec les yeux émaciés/ J’ai le cœur sur le siège cuir du taxi qui t’emportait. Un pastiche che rende l’ascolto delle quattro canzoni molto suggestivo e che finisce per rendere densissimi quei 15 minuti circa di musica. I Gran Blanc si sono certamente contraddistanti, nonostante la giovane età,  per avere le idee molto chiare e presentare gusti molto raffinati e in un certo senso maturi. Difficilmente si può pianificare a tavolino una canzone come “L’homme serpent”, che pare davvero degna di figurare in ogni lp di un qualsivoglia mostro-sacro della cold-wave. Bisognerà ora vederli impegnati nella prova sul lungo, ovvero nella realizzazione di un intero album. Così sapremo se i ragazzi di Metz sono soltanto, sulla scia di Alessandro Magno, dei semplici epigoni (ovvero alla lettera “dei nati dopo”), oppure dei solenni diadochi (cioè dei “successori” degni del sovrano macedone). Per il momento, urliamo ancora una volta a squarciagola Samedi la nuit… Samedi la nuit!

(07/01/2015)

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Mattia Nesto

Fa’ che la morte mia, Signor, la sia comò ‘l score de un fiume in t’el mar grando