Gonjasufi – MU.ZZ.LE

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
6.0


Hype
6.0


Voto
6.7

6.7/ 10

di Matteo Monaco

A Sufi and a Killer ha aperto le porte ad un universo inesplorato. Il downtempo declamato dall’anarchico Sumach Valentine, sacerdote post-soul in una nebbia di islamismi teorici e dettami yoga, è ancora protagonista di brividi lungo la schiena, dai deserti senza ritorno del Nevada fino alla vecchia Europa. Nel mezzo, un paio di Ep sottotono, e un hype che non riesce a calare nemmeno dopo un tour italiano dalle tinte imbarazzanti. È proprio dalla dimenticabile tournee di un anno fa che riparte la locomotiva Gonjasufi con l’esteso Ep MU.ZZ.LE., la “museruola” che ammutolisce il cantante in copertina. Avevamo assistito con una smorfia di dolore alla rumorosa prestazione torinese, dove perfino le fotografie, impietose, raccontano di un Sufi impegnato anima e corpo a salvare il disastro combinato dal gruppo, tra cambi di tempo immotivati, linee melodiche abbandonate per strada ed una tecnica da far ringalluzzire il complesso dell’oratorio. Chi si è distinto, in negativo, è senza dubbio il gigante barbuto dietro alle pelli, per metà incazzato col mondo intero e fondamentalmente inadatto a gestire il circo sonoro dell’amico Sumach. Poi però, si viene a scoprire che l’improbabile batterista è amdg, il produttore che armeggia con il synth durante l’arpeggio di Holyday, ovvero deus ex machina delle litanie elettroniche di Gonjasufi.
E MU.ZZ.LE. pare essere, proprio grazie ad una produzione sopra le righe, perfino rispetto ai possenti rigurgiti elettrici di A Sufi and a Killer, un passo più coraggioso all’interno della nuova elettronica psichedelica coniata dal duo americano. Facendo di nuovo centro, con i sapienti feedback (i ritorni di segnale che stritolano le frequenze delle parti al sintetizzatore) a tratteggiare le distese malinconiche di Nikels and Dimes, l’unico pezzo che sfiora i quattro minuti, mentre Rubberband e The Blame rinnovano uno sposalizio meticcio tra l’hip-hop del vecchio Sumach con il vortice emozionale della pop-tronica, pregna di sabbia, del nuovo Sufi. Prima però, si bussa ancora alla porta dell’atipico cantautore nella sordida ballata di Venom, per assaporarne i deliri allucinati e tagliati con l’accetta dai software di amdg. Feedin’ Birds, intanto, si cura di iniziare i fedeli al Rebirth orientale, mentre la signora Valentine officia nelle vesti di corista medio-orientale.
Se c’è una verità, nella recente fatica dell’ex rapper armato di Los Angeles, è il ricordo ancora fresco del sorprendente debutto. Tutt’altro che doloroso e, per una volta, distante dalla nostalgie: MU.ZZ.LE. non è un disco nuovo, ma un altro disco. Anzi, sembra il naturale compagno delle urla e degli acuti di qualche tempo fa, placati durante la stasi di chi non #occupa e medita su una rupe non segnata dalle mappe. È la lezione di Gonjasufi che ritorna, in una nuova (inquietante) pacatezza, “a salvare dal baratro chi ha perso la speranza“. Forse non è la prima volta che la musica più avanzata sulla scena si fa religione, con tutto il corollario di sacralità e di pacifico identitarismo a tracciare una linea tra gli illuminati discepoli e il mondo da cambiare (o da abbandonare?). Di certo, è la prima volta che un osanna ripetuto in mantra ci consegna davvero una speranza.

(20/01/2012)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.

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