[REVIEW] Gogol Bordello – Pura Vida Conspiracy

Scheda
Rispetto al genere
6.5


Rispetto alla carriera
5.5


Hype
6.0


Voto
6.0

6/ 10

di Davide Agazzi

Per i Gogol Bordello questo Pura Vida Conspiracy era sicuramente il disco più difficile della loro carriera. Mai come oggi buona parte della critica mondiale li aspettava al varco, sicura che il carrozzone di Eugene Hutz e soci potesse forare da un momento all’altro. Anche perchè i primi scricchiolii si erano già sentiti durante l’ultimo Trans-Continental Hustle, prodotto da Rick Rubin, che, seppur già votato al temuto culto popolare, riusciva a farsi apprezzare per i suoi motivetti facili da canticchiare ubriachi ai loro concerti. Questa volta la sfida era ancora più ostica e, come se non bastasse, ci aveva pensato pure Elio a firmare il suo motto “antibalcanico” contro Goran Bregovic e compagnia. Senza contare che la world music sembra aver abbandonato da tempo le fanfare dell’Est Europa per far spazio al Continente Nero e alle sue sfumature desertiche.

Insomma, serviva un capolavoro per convincere anche i più scettici. Ed il capolavoro non è arrivato. Anzi, Pura Vida Conspiracy sembra la continuazione sbiadita del loro ultimo disco del 2011. Il problema però non deve essere ricercato nella proposta che, per forza di cose, non può spostarsi dallo stampo casinaro-gitano proprio del gruppo. Non si può accusare i Gogol Bordello di suonare sempre le stesse cose; semplicemente perché sono le loro cose, belle o brutte che siano (sarebbe come chiedere ai Dropkick Murphys di smettere con la musica irlandese). Certo, forse l’unica strada che avevano per recuperare lo smalto dei tempi migliori era quello di ributtarsi nella nostalgia ubriaca del primo Voi-La Intruder o nel punk disordinato di Super Taranta: invece niente di tutto questo, Pura Vida Conspiracy non convince neanche se ascoltato singolarmente, estrapolato dalla carriera del gruppo di Hutz. La salsa mariachi di Malandrino, le confessioni di Amen e Just Realized, un po’ di patchanka e qualche scorribanda pirata non salvano un disco, purtroppo, poco incisivo e – a tratti – noioso. Se si trattasse di una band qualsiasi probabilmente non ci si farebbe troppi problemi ad ascoltarlo per tutta l’estate; dai Gogol Bordello invece speravamo di aspettarci qualcosa di più, quell’innovazione che hanno saputo trasmettere, ad esempio, i Transglobal Underground e la Fanfara Tirana nel loro Kabatronics. Qui invece manca inevitabilmente la freschezza degli esordi, quel marchio genuino che ci aveva fatto innamorare di quei baffoni prima che diventassero di moda. Dunque aveva ragione Elio? “La musica balcanica ci ha rotto i coglioni?”. Ma no, suvvia, basta berci una wodka sopra e tutto passerà.

(25/07/2013)

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Davide Agazzi
Davide Agazzi

Giornalista pubblicista, scrive per La Repubblica e perde il suo tempo ascoltando dischi che agli altri non piacciono. Appassionato di distorsioni psichedeliche, contaminazioni balcaniche e vecchiume affogato nel whisky.