God Is An Astronaut – Origins

Scheda
Rispetto al genere
4.5


Rispetto alla carriera
5.0


Hype
4.0


Voto
4.5

4.5/ 10

di Lorenzo Goria

god is

La carriera degli irlandesi God is an Astronaut potrebbe essere lo svolgimento di tema che ha come traccia: “Che succede quando la musica sperimentale diventa musica commerciale?”. Qualche singolo per farsi conoscere, il grande successo con All is violent, all is bright, l’apice con God is an astronaut e poi il declino. E il crollo con Origins. Non è un mistero che il post-rock sia sul viale del tramonto: gruppi che ne hanno fatto la storia sono in silenzio da anni mentre altri hanno cambiato radicalmente direzione. Invece l’ultimo disco dei God is an Astronaut testimonia ancora di più questo declino proprio perché cerca di rinnovare il genere con improbabili elementi elettronici e prestiti non richiesti da più famosi colleghi, che tentano senza successo di coprire la sostanziale mancanza di idee.

Così ritroviamo pezzi di Mogwai nel cantato al vocoder, e nelle chitarre di Calistoga. E pezzi di Explosions in the sky nei momenti più dilatati, che sono tutto sommato i migliori. Invece è quasi del tutto assente la forma tipica delle vecchie canzoni del gruppo, divise tra prima metà di atmosfera, e seconda di climax, diminuendo e coda. Qui tutte le carte vengono giocate subito, e il disco suona certamente più vario dei precedenti, ma le singole tracce ne risentono. I risultati sono 0 terribili come Transmissions, dove l’intervento elettronico tocca il fondo e scava ancora con i denti; o vagamente noiosi ed insignificanti come Weightless che, come dice del resto il nome, non aggiunge niente di niente all’album. Ma in casi come questi, ci si dovrebbe accontentare anche di poco. E infatti poco è quello che otteniamo con la seguente Exit Dream: un riff di basso un po’ scontato, una linea melodica sfacciatamente pop e l’immancabile drum machine. E ci accontentiamo. Come al solito, i GIAA rendono sempre al meglio nei momenti più orecchiabili, anche quando meglio vuol dire meno peggio. Potrebbe essere l’inizio di un miglioramento graduale del disco? Ovviamente no. Segue un’accozzaglia di pezzi veramente insensata, che serve solamente a portare il totale delle tracce a dodici. Non c’è niente di niente nella seconda metà dell’album, se non un’ulteriore prova di desolante bruttezza, senza classe e senza idee.

(07/10/2013)

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Lorenzo Goria

Collaboratore poco più che occasionale, studente di liceo classico a Torino e (con ogni probabilità) OUTsider più giovane in circolazione.