Goat – World Music

Scheda
Rispetto al genere
9.0


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
9.0


Voto
8.7

8.7/ 10

di Marco Favaro

Che cosa dire di certo sui Goat? A sentire loro, sono un collettivo proveniente da Korpolombolo , villaggio sperduto nella più profonda e scura Svezia. La leggenda vuole che per secoli gli abitanti di Korpolombolo si siano dedicati in segreto a pratiche voodoo (diffuse inizialmente nella regione da un witch doctor con un pugno di discepoli) fino a che, scoperti dalla Chiesa, vennero bruciati come eretici. I pochi sopravvissuti, gettata una maledizione sul villaggio, si sarebbero dispersi. Per nostra fortuna, non manca il lieto fine: la maledizione voodoo, che ancora pesa su Korpolombolo, riaffiora dalla musica dei Goat, rendendola terribilmente fascinosa; e chi avrebbe il coraggio di negarlo dopo aver ascoltato i grooves diabolici che percorrono World Music, il disco d’esordio della band svedese? Album-calderone, potente, in cui si riversano e reagiscono elementi e suggestioni diversissime. Se le chitarre dell’iniziale Diarabi  attaccano con reminiscenze di certo folk-metal scandinavo la batteria inquieta prefigura già la festa voodoo di Goatman: tabla, wah imperante e ritornelli urlati. Con Goathead entrano in scena bassi fuzz  e grande attitudine poliritmica, in uno straziato inno funk che riprende più tardi in Golden Dawn.  Disco Fever è una danza di chitarre jingle, tastiere e cori, Let It Bleed concede qualcosa all’indie più trascinante, Run To Your Mama sta a metà tra la trance e l’hard rock, con le tabla a sostituire la doppia cassa. Il grande momento ascetico finale è affidato a Goatlord e Det Som Aldrig Forandras/Diarabi: voci evocative, percussioni e distesa di tastiere a chiudere il rito-pantimima, e i Goat di nuovo a nascondersi dietro le loro leggende e maledizioni, a sfidare l’ormai impossibile anonimato di una band (in maniera simile i Dead Skeletons, circondati da auree di mistero e anche loro posizionati piuttosto a nord). Se davvero si esibiscono con maschere e abiti da medicine men di un culto sincretico che trapianta voodoo e afrobeat nelle foreste svedesi, intenti a mietere le anime di chi partecipa al live/rito, maestri di cerimonia migliori di loro (e pericolosi come loro) non potevano essere trovati.

(22/10/2012)

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Marco Favaro
Marco Favaro

Collaboratore. Cantante e chitarrista nei Dieci Piccoli Indiani.