Giardini di Mirò – Good Luck

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
8.5


Hype
8.0


Voto
8.2

8.2/ 10

di Redazione

Suona come un ricordo nostalgico e malinconico che riaffiora dai meandri del passato il nuovo disco dei Giardini di Mirò, Good Luck, quinto album in studio della band emiliana, la cui notorietà continua ad espandersi nella penisola, conquistando le orecchie e i cuori degli ascoltatori più romantici e sognatori, ma anche di quelli più razionali ed esigenti. Uscito lo scorso 23 marzo sotto l’etichetta Santeria dopo una registrazione eseguita nelle loro terre natali, saranno a Torino Venerdì 13 Aprile all’Hiroshima Mon Amour, a mostrarci i frutti di questi ultimi tre anni di evoluzione. I GDM sono una finestra nel panorama musicale italiano, ancora troppo piccola, che vuole mostrare un mondo sconosciuto all’ascoltatore, un mondo fatto di sperimentazione e classicità, revisione e lenta rivoluzione. Post rock, indie rock, art rock? Sicuramente quello che fanno i GDM, come anch’essi lo definiscono, è “Rock di ricerca”. E proprio come nel campo della scienza in Italia non mancano i “cervelli”, anche in campo musicale non siamo da meno; ma “fondi” e visibilità, quelli sì.

Quaranta minuti di musica la versione ufficiale, quindici in più quella Deluxe. Nel complesso il suono appare meno sofisticato rispetto ai precedenti lavori e pure dietro ogni nota, ascolto dopo ascolto, si percepisce la ricercatezza degli arrangiamenti e il progetto di creazione di un linguaggio universale con il quale dipingere le sensazioni esistenziali di quest’era, da distruggere e rielaborare e sulle quali fondare un nuovo futuro. Nelle melodie eteree emerge il disincanto per realtà ma anche la bellezza di una nuova speranza. Inizia in linea retta il disco con un brano altamente evocativo e intenso nella sua semplicità, articolato intorno ad una trama di suoni tanto scarna quanto efficace: la bitonale Memories, ballata suadente dal soggetto e dal costrutto tanto poetico che potrebbe ricordare quello dei progressisti Re Cremisi con Moonchild, ci insegna che il rassegnamento all’insoddisfazione della realtà si può combattere ancora con un semplice rifugio in un abbraccio. Segue la più accattivante Spurious Love, ritmata danza dalle tonalità più classicamente indie già lanciata in anteprima qualche settimana precedente l’uscita del disco su diversi siti internet, forse con il tentativo di essere il cavallo di battaglia nella presentazione del disco. Qui si ritrovano gli elementi distintivi del gruppo con altisonanti echi di chitarra che trasportano e accompagnano in crescendo la linea vocale del cantante. Il testo ha il fascino del decadente mentre la musica allevia nei ritornelli un senso di dolore che essa stessa produce nelle strofe. Su un più veloce binario scorre la ritmata Ride, forse la canzone più solare dell’album, che disegna paesaggi aperti e positivi con linee strumentali e vocali arrangiate in perfetta sintonia. Con There is a place l’umore dell’album ricade poi in quella dolce malinconia che solo i GDM sanno regalare, riuscendo quasi a rendere gradevoli e sublimi le inquietudini che stanno alla base di canzoni come questa, forse perché proprie di ogni essere umano. Merito della riuscita di tale traccia va soprattutto al connubio di voci tra il cantante Reverberi e la statunitense Sara Lov, emigrata italiana e poco nota cantautrice di un rock di nicchia.

Finalmente, per i nostalgici dei primordiali GDM e delle cavalcate postrock strumentali, arriva in quinta posizione Good luck, titletrack dell’album, che ha uno sviluppo costruito su pochi pattern ripresi e alternati in vario genere, ma con espressività estremamente altalenante, in cui si passa da momenti di stasi rotatoria su poche note a esplosioni ritmiche innescate da una grossa moltitudine di strumenti, tromba compresa sul finale. Ne risulta un muro sonoro che si placa in pochi punti per poi riprendere in digressioni arricchite in intensità.

Rome è un capolavoro la cui coralità e solennità sono ricercate e ottenute mediante il secondo duetto dell’album, stavolta con Angela Baraldi (cantante e attrice). I toni grigi e oscuri avvolgono il cuore della canzone che però non perde il suo senso di purezza e innocenza, di maestosità e grandezza proprio come la nostra Capitale. Altro innalzamento del tono dell’umore è Time on time, una canzone strutturalmente semplice per la prima metà del tempo, elemento in disaccordo con l’approccio sperimentalista del gruppo, ma che a un tratto, come un’eccezione che conferma la regola, stupisce trasformandosi in una deliziosa speculazione strumentale che ci trasporta in un’atmosfera serena con influssi elettronici, fino a una pacata fine.Si finisce con il vero pezzo d’arte del disco: Flat heart society. E’ una marcia postrock lenta e possente al tempo stesso, con una linea vocale solennemente recitata all’inizio e guerrescamente intonata poi, accompagnata epicamente da strumenti improntati su sonorità aspre. Le parole fanno riferimento a un sentimento di confusione e di apatia proprio di un essere disumanizzato, incapace di pensare e sentire, più simile a una macchina che a un animale. La canzone può essere vista come la critica che fa da contro-altare all’ottimistico augurio del titolo dell’album: siamo in tempi difficili e mentre con questa canzone si vuole esaltare la parte pessimisticamente razionale del gruppo, con il titolo dell’album si vuole proporre invece un costruttivo ottimismo del sentimento, nella speranza di un cambiamento globale. Nota dopo nota il meccanismo di arpeggi limpidi e di distorsione si alternano e si sovrappongono progressivamente fino a sfociare in un ritmo ciclico ripetuto ipnoticamente che diviene sempre più vigoroso e funge da coda a tutto l’album. Good luck in versione ufficiale finisce qui, ma su iTunes si può trovare una versione definita Deluxe, con tre brani inediti: Invisible, End of the road e Send a present to Jude.

(05/04/2012)

Commenta
Redazione
Redazione