Ghostpoet – Some Say I So I Say Light

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
8.0


Voto
8.0

8/ 10

di Simone Picchi

In questi ultimi anni l’hip-hop ha influenzato nel bene o nel male la scena musicale mondiale grazie ad un successo di pubblico sempre crescente, con la conseguenza naturale di creare un filone sempre più numeroso di nuove leve di successo. Se le nuove star del rap in cima delle classifiche, il più delle volte, lasciano a desiderare qualitativamente parlando, nell’underground – come spesso accade – vengono fuori proposte che della qualità fanno il loro marchio di fabbrica. Ghostpoet debutta nel 2011 con l’ottimo Peanut Butter Blues & Melanchonic Jam. Dotato di un timbro vocale tipicamente black, si fa notare per via delle sue rime lontane dai classici schemi da MC, ma più vicine ad un racconto tipicamente cantautorale, e per l’utilizzo intelligente di un’elettronica crepuscolare minimale quanto carica di groove.
A due anni dal debutto, torna in gioco ripartendo da Cold Win, prima traccia dell’album, che ripercorre la strada tracciata con il suo sound oscuramente intenso. Stesso discorso per la seguente Them Waters ed il singolo Meltdown, due tra le migliori canzoni dell’album. Una flebile luce di speranza nell’oscurità viene portata dalla voce di femminile che accompagna Ghostpoet in Dial Tones e dalla sorprendente Plastic Bag Brain, una frizzante ballata pop con un finale ambient, che fa uscire allo scoperto il lato più spensierato dell’artista di colore. Tra la parte centrale e conclusiva del lavoro il calo di tensione si fa sentire con brani poco ispirati, dalla quale emergono con forza l’acida Sloth Trot e Comatose, traccia finale che cala il sipario in un crescendo di violini e suoni elettronici schizofrenici.
Siamo lontani anni luce dai lustrini da hit parade fuori dalla realtà ed estremamente vicini alle strade e le sue storie quotidiane. Figlio della vita metropolitana Ghostpoet porta con sè le storie viste e raccontate alle stazioni ferroviarie, nelle periferie e nelle metropolitane, con un punto di vista che converge il classico cauntatorale con il più moderno rap, ed un background musicale fatto di elettronica colta, rock alternativo e pop d’autore. Una proposta musicale che fa a pugni con le luci della ribalta che lo porterà verso vie secondarie percorse con la tranquillità di chi non ha quell’alone sporco di snobismo degli artisti alla ricerca ossessiva dell’alternatività.

(25/09/2013)

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Simone Picchi

Studente di Scienze politiche a Messina, collaboratore recensore/reporter/intervistatore/factotum.