Ghost Culture: i fantasmi di Erol Alkan e Caribou

di Redazione

Erol Alkan ha scovato questo ventiquatrenne che da grande vuole fare LFO (e c’è chi già ne parla come d’un novello Caribou).

di Elen Eiffel   –   Ghost Culture col suo disco “Ghost Culture” affascina l’ascoltatore dal primo ascolto perché ha tutto nei posti giusti, (come Kyle Minogue, anche se poi è alta un metro e un kiwi): l’album sembra studiato a tavolino per sorprendere ed emozionare chi si aspetta una roba prettamente techno, e per spogliare di ogni scetticismo quelli che “una chitarra suonata sarà sempre meglio di una macchina”. Mouth, la prima track è un menù che dà un’idea ben chiara di come andrà il disco: poche storie, qui si usano i synth a modo, senza ricorrere ad arpeggiatori a loop che con due note e una modulazione caruccia ci fai 6 pezzi di 9 minuti; le note son “suonate” con una vera pressione delle dita e ci sono dei vocals che, grazie Dio, non sono lamentosi e nasali come quelli di ogni nuovo talento maschile degli ultimi anni e mezzo. Giudecca, la bella: sfido ogni goth dj a non piazzarla in mezzo ad un set tra i Cure e gli Editors alla second dance floor di una serata rock (dove vengono sempre rifilati i djunppoddark). E, Arms, forse la migliore del lotto, mi fa venire una nostalgia incredibile, e anche voglia di ballare con qualche gesto etnico a 0:23, tipo unire le mani e fare inchini in segno di rispetto. Luoghi comuni a parte, poi, il resto del disco si ripete un po’, ma non oso lamentarmi, sennò veramente adesso ci mettiamo a sindacare sul rapporto quantità di Nutella/quantità di cellulite. Esce per la Phantasy, etichetta Londinese di elettronica di alto borgo fondata da Erol Alkan: indubbiamente il ragazzo la sa lunga e ha scovato in una delle sue presunte gite a caccia di talenti questo rossiccio mingherlino che da grande vuole fare LFO (e c’è chi già ne parla come d’un novello Caribou). Ghost Culture, insomma, è per grandi e piccini, elettronici e analogici; talvolta mi fa pensare alla sincera e semplice elettro della fine dei 90 talvolta alla musichina-che-va-ora, al Social Club e al Berghain, talvolta ai Radiohead talvolta a Aphex Twin. Non un classico, non una roba nuova ma proprio un gran bel disco.

(24/03/2015)

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