Gaz Coombes: il baronetto brit diventato Matador

di Simone Picchi

Il passaggio alla carriera solista dopo una vita nei Supergrass: la nuova giovinezza di Gaz Coombes

La carriera solista dopo una fortunata ascesa da frontman di una band può risultare un’arma a doppio taglio, a causa delle (false) aspettative create, dall’ossessiva ricerca dei fan della prima ora di ritrovare la musica del passato, o semplicemente per la mancanza di quel talento che sembrava essere palese in una formazione. La storia dei Supergrass la conosciamo tutti: alfieri del primo britpop evoluti in una compatta formazione pop/rock sempre sul pezzo. Ciò che più stupisce è l’allontanamento netto dalle sonorità che lo hanno reso Gaz Coombes, via le atmosfere al limite del cazzeggio adolescenziale per una maturità stilistica che rende onore alla scuola indie rock cantautoriale inglese di questo nuovo Millennio. Non si rimane impassibili alle tante ballad del nuovo lavoro (20/20 e Detroit su tutte) o alle cavalcate nervosa di The English Ruse e To The Wire, al pathos generale che si respira ad ogni nota. In una mezz’ora che prende quanto di meglio dei vari Radiohead, Arcade Fire e della scena indie inglese generale, tra passaggi folk, inserimenti elettronici, soul cantautoriale, viene fuori tutto il talento dell’artista capace di mettersi a nudo che cancella la parabola derivativa della sua proposta, rendendola intimamente personale. Gaz Coombes ha scelto di dimenticare il sé stesso fino a qui conosciuto per una dimensione più reale. I Supergrass sono il passato e dalle loro ceneri è fuoriuscito un Matador.

(30/03/2015)

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Simone Picchi

Studente di Scienze politiche a Messina, collaboratore recensore/reporter/intervistatore/factotum.