Gaslight Anthem – Handwritten

Scheda
Rispetto al genere
5.0


Rispetto alla carriera
6.0


Hype
5.5


Voto
5.5

5.5/ 10

di Salvo Ricceri

La contea di Monmouth, nel New Jersey, è un continuo enorme ed inafferrabile verde, vasto come il più vasto dei pensieri che può esser tessuto intorno al mitizzato rigoglio del nuovo continente: si estende su quasi 1800 chilometri quadri di colline tondeggianti, industrie pesanti e pianure tirate su a granturco che rendono onore alla dicitura “Garden State”, stato giardino, definizione spesso usata nella cultura popolare angloamericana per indicare tale zona. Questa fiacca introduzione non vuole apparire come una biascicata e pedante lezioncina di geografia ma ha piuttosto il compito di trainare l’attenzione di chi legge tra quei campi e su quelle colline, proprio dentro la contea di Monmouth e più specificamente nella piccola cittadina di Asbury Park, una tra le principali esportatrici di rock&roll al mondo: non a caso si intitolava proprio Greetings from Asbury Park, N.J. il primo disco di un certo Bruce Frederick Joseph Springsteen, e non a caso questa ridente e pittoresca cittadina è ed è stata, negli anni, meta obbligata di soggiorni più o meno lunghi o tour di artisti come Patti Smith o Jon Bon Jovi e la sua band, nonché culla di quelle particolari sonorità che verranno poi indicate negli anni come il Jersey Shore Sound.

Ed è li, ad Asbury Park, che nascono, crescono e prosperano con un pedigree del genere i Gaslight Anthem: dicasi di una congrega di musicisti ben piantati che durante la prima decade di codesto terzo millennio (correva l’anno 2007, ad esser precisi) han pensato bene di sottoporsi alla gogna del pubblico giudizio con un album titolato Sink or Swim, affascinante rivelazione miscelata di old contry ballads, punk rock da classifica e sano e galoppante rock&roll di buona e sana tradizione U.S.A. , miscela riproposta poi nel successivo (ed eccellente in termini di fama mondiale e favore di critica) The ’59 Suond (2008), che ricevette finanche il plauso del Boss in persona.

Evidentemente l’intruglio sarà sembrato una paradisiaca prelibatezza a Brian Fallon e soci, ed eccolo riproposto ancora (ancora?) nel terzo, deludente American Slang (2010) che porta i nostri quattro moschettieri in giro per il pianeta dando loro giusto il tempo di pensare e rendere viva questa quarta (e sotto certi aspetti cruciale) fatica discografica: Handwritten, pubblicato quest’anno (2012) e segnato dal passaggio al circuito mainstream (firmano con la major Mercury) e dall’impellente necessita di non ripetersi, affermandosi artisticamente come entità degne di nota. Senza usare mezzi termini, fallendo nell’impresa.

Ma sapete, ci si abitua a rivolgersi ai Gaslight con la stessa incondizionata fiducia con la quale ci riversiamo nelle farinose mani del paninaro sotto casa: si sa già che sapore ha ciò che prepara, conosci a memoria la varietà del menù proposto, uguale da vent’anni, e sai che rimarrà tale per i prossimi cento ma nonostante ciò sei felice di trovarlo sempre li quando ne hai bisogno, vai sul sicuro, sai ciò che scegli e giuri di conoscere anche il motivo di tale scelta. Allo stesso modo ci rapportiamo intuitivamente ai Gaslight, e non perché i loro dischi puzzano di fritture e sgocciolano maionese: questo Handwritten non cambierà la vita a nessuno, non canterà l’eversione o lo sconvolgimento, i tempi, le vite o i costumi, nessuno penserà di renderlo colonna sonora di questo spicchio di nostra storia e molto probabilmente l’unico valore artistico che avrà sarà quello che ognuno di noi vorrà attribuirgli, singolarmente e soggettivamente, ma nonostante ciò è un album di stile (molto), registrato e composto magistralmente, elegante e minuziosamente curato (anche nelle più vigorose esplosioni sonore) e l’unica ciclopica pecca è la pronunciata somiglianza con molto altro, con il solito “già fatto” che è poi il cruccio di ogni artista contemporaneo ma che in questo album sembra essere perseguito anziché rinnegato (ironicamente parlando).

Si assapora (seppur lontanamente) il gusto tenebroso e palpitante dei primi Cure in un brano come 45, la prominenza power pop dei Counting Crows in Here comes my man, i brani Howl o Blue Dahlia risultano invece plastificate, agevoli ed elementari cavalcate simil-punk scisse tra Sum 41, The All-American Rejects ed il già citato Springsteen.

Unico appunto merita la straordinaria e coinvolgente catarsi di un pezzo come National Anthem, e più in generale la cura che questa band ha riposto nella stesura dei testi, attenzione non comune o spesso non fondamentale nella cultura musicale anglofona. Detto questo non rimane che consigliarvi un ascolto “d’atmosfera” di questo album consono ed ideale per accompagnare escursioni tardo-estive, amplessi notturni o momenti di spassionato e solitario relax: questi quattro ragazzi, più che come band, si affermano come il più curato gruppo a tema dei nostri anni, maschere occidentali che cantano e danzano in gloria al sempreverde rock&roll, ai campi di granturco ed allo sconfinato ed inafferrabile verde di Arbury Park, New Jersey.

(22/08/2012)

Commenta
Salvo Ricceri
Salvo Ricceri

Su OUTsiders, dal Febbraio 2012, scrive di indie-pendenze, provincialismi e menestrelli. Dirige la sezione Catania. Contatti: salvatorericceri@outsidersmusica.it