Game – Jesus Piece

Scheda
Rispetto al genere
5.5


Rispetto alla carriera
5.0


Hype
5.0


Voto
5.2

5.2/ 10

di Lorenzo Li Veli

C’è poco da fare, Game, precedentemente conosciuto come The Game, ha sempre voglia di stupire e ci riesce costantemente, nel bene o nel male. Dal roboante esordio di The Documentary, alla faida con 50 Cent e tutta la G-Unit, passando per innumerevoli arresti per possesso di droga e armi, la sua figura non è mai uscita dai riflettori. Il 2012 è l’anno che ha visto il ritorno del rapper losangelino (a solo 15 mesi da The R.E.D. Album) con un’opera magna dal titolo biblicamente altisonante: Jesus Piece. Il Jesus piece nello slang afro americano indica un articolo di gioielleria sfarzosamente pacchiano che rimanda all’iconografia della croce: simbolo di ricchezza e religiosità allo stesso tempo. E il concept dell’album, in parte, si rifa a questo concetto: stando alle parole di Game, il disco non ha un tema spirituale, ma esprime la voglia di una vita da gangster, piena di divertimenti, ma che, al tempo stesso, si basi sulla fede in Dio. Menzione d’onore anche per la cover della versione deluxe, che raffigura un Gesù afroamericano, volto coperto da una bandana rossa (per indicare un’affiliazione alla gang dei Bloods), una lacrima tatuata sul viso e una sfarzosa collana appesa al collo, con sullo sfondo continui rimandi alla marijuana. Dopo le polemiche suscitate da quest’immagine blasfema (si è scomodata addirittura la Santa Sede), Game ha deciso di rendere omaggio al fratello maggiore Javon Danell Taylor, deceduto ventunenne in una sparatoria.Jesus_Piece_deluxe_Artwork
Con tutte queste lecite premesse, era lecito aspettarsi un album corposo e spesso, senza pecche e che scorresse fluido dall’inizio alla fine. Purtroppo, come molte volte succede in questi casi, le aspettative sono franate sotto una valanga di mediocrità. Nonostante il grande ritorno di Dr. Dre alle produzioni (non forniva a Game un beat da The Documentary), Jesus Piece risulta un’accozzaglia confusa di brani slegati, senza un filo conduttore comune. Tutto ciò è dovuto alla scellerata scelta di imbottire l’album di collaborazioni al microfono, mossa che da un lato limita i minuti di un Game sottotono, ma che dall’altro non permette al disco di ottenere una sua omogeneità specifica. Non è un caso che le migliori canzoni siano quelle senza featuring, Heaven Arms e la traccia di chiusura Blood Diamonds, in cui Game fornisce un’ottima prova. Degne di nota anche Name me king con l’esaltante performance di Pusha T, e Ali Boomaye, buona per fomentare al punto giusto l’ascoltatore. Tutto il resto vaga tra il mediocre (See no evil e la traccia omonima) e il disarmante (All that (lady) e Celebration).
Jesus Piece è un prodotto confezionato male e venduto peggio, l’ennesima dimostrazione che Game è un rapper con pochi margini di miglioramento e scarsa inventiva, che necessita solamente di ottime basi per fornire un album di qualità.

(29/12/2012)

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Lorenzo Li Veli
Lorenzo Li Veli

Caporedattore e gestore della sezione black music. Studente della magistrale di Ingegneria Energetica @ Politecnico di Torino