Fucked Up – David Comes To Life

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
8.0


Voto
8.0

8/ 10

di Matteo Monaco

Ancora una volta immersi nel grigio pastello dell’età thatcheriana, di nuovo a dipanare il filo di un racconto ormai retorico, per la maggior parte. I Fucked Up di Toronto, già protagonisti “fuori dal coro” della scena punk nordamericana, hanno osato il disco più difficile. Per di più, diviso in quattro atti. Un’operazione apparentemente suicida, per l’appunto, richiamare alla memoria una storia ed un’epoca di cui il presente conserva importanti testimonianze artistiche. A partire dalla stessa scena punk e post-punk, propagatasi nel Regno Unito alla stessa velocità degli scioperi e delle contestazioni giovanili. A smorzare gli stupori, come molti critici hanno notato, i Fucked Up le grandi opere ce l’hanno nel sangue: trafitti a suo tempo dal muro di suoni e colori di Zen Arcade e appassionati della parabola intellettuale di Joe Strummer, per non parlare del tanto biasimato mainstream di un American Idiot firmato Green Day. Tutti sinonimi, sebbene in misura radicalmente eterogenea, della tensione verso l’epica urbana, così diversa dall’antenata classica in quanto costellata di frammenti di valori contrapposti.

David Eliade, il personaggio letterario di cui Pink Eyes e soci cantano le gesta, non è però così contemporaneo. Già, gli anni “eroici” della Thatcher. Al bivio tra i cupi contorni dell’Oceania orwelliana e i miti dell’antenato Ulisse, la meta-narrazione del suo amore per Veronica diventa automaticamente specchio di tutte le epoche umane, dove la passione incontra ogni ostacolo. Giovane attivista lei, operaio lui: in breve organizzano un’esplosione nella fabbrica, in cui tutto va storto e la ragazza perde la vita. Le melodie intricate dei Fucked Up, composite di chitarre e riverberi pulsanti, si avvalgono della voce-strumento di Pink Eyes, espressione di rabbia e dolore nella sua limitata, quanto più espressiva, estensione vocale. Ne nasce un tappeto sonoro di impatto assicurato, in cui il copione di David e del narratore Octavio mutano dalle atmosfere eteree delle prime tracce fino ai tormenti del secondo e terzo atto. Sì, perchè i due scambiano il proprio ruolo più volte, in un cammino di consapevolezza che porta David alla a ritrovare la sua luce. Non prima di aver maledetto il tempo passato con Veronica, giudicandolo inutile, e non senza aver attaccato la voce narrante, rea di averlo inserito (creato?) all’interno di una tragedia senza vie di scampo.

Nel frattempo scorre, nelle sue diciotto prove di maturità, la musica partorita in tre anni di lavoro, girovagando da uno studio di registrazione all’altro. Complesso, come e forse più di quanto promettessero le anteprime, giudicare un disco di questa portata. Vuoi per la verbosità della trama, che però convince nel suo impianto, vuoi per la sensazione che tutti i pezzi si somiglino. C’è chi ha gridato al capolavoro, citando la grande forza che gli Husker Du nel cesellare, canzone dopo canzone, un’idea monolitica e rivoluzionaria nella sua monotonia; ma varrà lo stesso principio per l’ennesima rievocazione dei fumosi anni ’80 inglesi? Resta una sola certezza: tentare un capitolo così arduo, ed essere in grado di reggere l’urto del ridicolo, è prova di una qualità troppo spesso solo mimata dall’abilità di produttori dalla parcella esosa. Suonare il concept del 2011 è davvero impresa per pochi eletti, e questo David Comes To Life difficilmente verrà ricordato come tale.

(16/12/2011)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.

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