Fuck Buttons – Slow Focus

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
7.0


Voto
7.3

7.3/ 10

di Manuel Polli

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Tutte le volte che ascolto un disco dei Fuck Buttons, e dico tutte le volte, verso la fine del primo ascolto credo di aver capito il senso del viaggio sonoro che mi è stato proposto. Tutto inutile, quasi inconsciamente devo ripartire dalla prima traccia perché qualcosa non torna, qualcosa deve essermi sfuggito, segno evidente che i “Bottoni” mi hanno fregato un’altra volta. Sia chiaro, una bella fregatura, la proposta musicale dei due ragazzotti che stanno dietro a questo bizzarro progetto, nome di altissima qualità all’insegna di una ricerca sonora costante e di una capacità espressiva ben al di sopra della media.

Andrew Hung e Benjamin John Power sono giunti, con quest’ultimo Slow Focus, al loro terzo album; un disco che porta i segni evidenti dei primi due, tra le influenze post-techno mai così marcate e le classiche sferragliate droniche, vero marchio di fabbrica del duo di Bristol, a quanto pare mai così in forma ad affrontare nuovi scenari sonori. Certo, qualche purista nostalgico di Street Horrrsing storcerà il naso di fronte ad una maggior ricerca del beat a discapito di quel harsh-noise selvaggio e primordiale targato 2008 e dei tribalismi oscuri del successivo Tarot Sport, uscito l’anno successivo, ma è innegabile all’ascolto che i nostri abbiano nuovamente centrato il bersaglio, mantenendo le linee base dei precedenti lavori in una veste meno essenziale. Forse, vedendo l’artwork del disco, verrebbe da dire leggermente più barocca.

La ritmica ossessiva di Brainbreeze apre il lavoro, con i feedback che squarciano subito l’aria ed i synth a riportare alla mente la scimmia marziale di Ribs Out, seconda traccia proprio di Street Horrrsing, a dimostrazione che se li segui bene, non ne uscirai mai consapevolmente, ma qualche punto di riferimento lo puoi trovare. Tutte le tracce, come nei lavori precedenti, sono indissolubilmente legate l’una all’altra, non c’è nessuna soluzione di continuità, ma va benissimo così e quindi via al tunnel siderale di Year Of The Dog, brano perfetto per chi ha paura e vuole tenere gli occhi chiusi. The Red Wing è una cavalcata astrale che lascia intravedere qualche apertura tra i synth assumendo un tono celestiale; niente da fare, Sentients vive di cortocircuiti a formare geometrie e spigolature che di celestiale hanno ben poco. Stalker è la traccia che forse più delle altre mette in luce la propensione cosmica del gruppo, una forza sempre in lotta con le pulsazioni incessanti che arrivano però dal basso, le stesse che ritroviamo nell’ultimo episodio del disco. Tra droni e distorioni varie si chiude in bellezza, Sweet Love For Planet Earth è una cavalcata epica, sognante, quasi un omaggio ai Mogwai dei quali John Cumming fu il produttore del loro primo lavoro. Ok, nuove sonorità, vecchi rumorismi e tanto viaggio. Perfetto, anche sta volta non mi hanno deluso. Eppure qualcosa non mi torna, qualcosa non va. E’ già partito il disco di nuovo, ennesima fregatura. E non vedevo l’ora.

 

 

 

(14/07/2013)

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Manuel Polli