Franz Ferdinand – Right Thoughts, Right Words, Right Action

Scheda
Rispetto al genere
7.5


Rispetto alla carriera
6.0


Hype
6.0


Voto
6.5

6.5/ 10

di Matteo Monaco

Cosa si è disposti a perdonare ai Franz Ferdinand? A giudicare dalla stampa corrente – da 9 anni a questa parte – pare ben poco. Osannati da quelle che sono sempre sembrate sirene pubblicitarie e generalmente snobbati dalla critica “alta”, la formazione albionica ha trascorso l’ultima decade (la loro prima) a conquistarsi un posto al sole nella memoria dei recensori di mezzo globo. Già, perchè il resto – se così si possono chiamare le vendite di dischi e le folle raccolte ai live – non ha mai mancato un appello: dall’esordio ad occhi sgranati fino al 2009 dell’inamidato Tonight, passando per quel contenitore di singoli killer che è stato You Could Have It So Much Better, i Franz Ferdinand sono l’esempio di come l’immagine possa tradire la sostanza.
I giudizi sono gli stessi dai quali sono appena fuggiti gli Arctic Monkeys: è il solito british pop, non dureranno più di una canzone, sono uguali a The Strokes, The Fratellis e Bloc Party. Li puoi ascoltare per passatempo, ma guai a dire che ti piacciano davvero. Ora che le scimmie artiche si sono liberate di questa etichetta – per farsene affibbiare un’altra, ugualmente pericolosa, di “cantautori rock” – tocca agli ammiratori del duca Francesco Ferdinando.

Quattro anni dopo l’ultima prova, Right Thoughts, Right Words, Right Action “dovrebbe” essere questo e “dovrebbe” essere quello. Più prosaicamente, è un’opera loro: il felice battibecco tra il basso di Hardy e i giusti accordi di chitarra, la parte vocale che si fregia delle corde raffinate di Kapranos (a parere di chi scrive, uno dei migliori del circuito) e l’equalizzatore che taglia le frequenze più alte – una lezione da far ripassare agli amanti del charleston e del crash che zittiscono tutti gli strumenti.
Giusto partire allora da Evil Eye, la fiaba noir-hip-pop che racconta da sé una carriera con i cambi di tempo, il groove nascosto dietro alle pieghe di un’atmosfera che resta (felicemente) sul culmine della suspence e dell’attesa. Oppure con la ballata di Goodbye Lovers and Friends, che rispolvera il talento dello stesso Kapranos come narratore – in un impossibile bivio tra un Iggy Pop in giacca e cravatta e un Robbie Williams versione rock. E c’è ancora spazio per Bullet, la sfuriata di chitarra che sfocia in manciate di soluzioni inaspettate, come succedeva ai tempi di The Fallen e di The Dark Of The Matineé.

È un lavoro che trasuda la stessa mania del dettaglio dei bei tempi, ricolmo di piccole trovate che vanno a comporre un mosaico coloratissimo. E dire che ci troviamo al capitolo più stanco, all’interno della fortunata discografia degli scozzesi. Un motivo in più per credere che anche questa volta l’epilogo sarà simile: troppo “alternativi” per MTV, troppo pop per i critici. Eppure, se una band si può valutare dalla quantità e dalla qualità dei registri che sa impostare, i Franz Ferdinand restano i capofila di quell’eterogeneo carrozzone di next big thing lanciate dalle -zines inglesi dei primi Duemila. Dal loro cilindro possono far capolino altri conigli bianchi, migliori di Right Thoughts, Right Words, Right Action: per la consacrazione oggi non è il giorno giusto. Ma c’è ancora tempo.

(30/08/2013)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.