Frank Zappa – Hot Rats

Scheda
Rispetto al genere
00


Rispetto alla carriera
00


Hype
00


Voto
00

0/ 10

di Eugenio Goria

Altro che futurismo: nel 1969 Hot rats era il futuro. È strabiliante pensare come nello stesso anno del concerto di Woodstock, in un’America ancora profondamente legata alla scena californiana, alla San Francisco hippie, potesse vedere la luce uno dei migliori lavori mai composti da Frank Zappa. Lui, che più volte aveva bersagliato i fricchettoni con la sua satira scanzonata che aveva quasi le forme di una contro-controcultura, lui che si divertiva in spensierate parodie come Who needs the peace corps?. Proprio lui, nel 1969 dava alla luce il proprio secondo disco solista dopo le stravaganze Lumpy Gravy, e non è esagerato dire che lasciò un’impronta nell’intera storia della musica. Hot Rats è due volte figlio del suo tempo in quanto segna prima di tutto una cesura forte con la prima fase compositiva del suo autore, inaugurando un nuovo periodo – probabilmente il migliore – e poi perché rappresenta la fine di tutti gli anni Sessanta, la fine di una satira che stava perdendo la sua ragion d’essere, la fine dello sperimentalismo dadaista, ed è invece un tuffo in un nuovo linguaggio che fino ad allora era stato sfruttato solo in minima parte dal baffone di Baltimora, un tuffo nel jazz-rock, nei sintetizzatori, negli anni Settanta.

La prima traccia è memorabile: 3 minuti e 38 secondi sono sufficienti per un capolavoro strumentale veramente fuori dal tempo che ha nome Peaches en Regalia. È un pezzo fusion nato prima di gran parte della fusion, dalla struttura articolata e ben sviluppata ma rigorosamente geometrica: passaggi melodici netti e ben definiti, intelligenti giochi di timbrica e un’innata capacità di orchestrazione rendono questo brano immediato all’orecchio, ma irripetibile per un compositore che voglia fare a gara nello stesso genere.

Frank Zappa era da sempre un appassionato di musica accademica, e in particolare di autori contemporanei come Varèse e Stockhausen, ed è proprio grazie alla loro lezione, oltre che all’innegabile talento naturale, che era in grado di moltiplicare i propri registri espressivi creando sequenze melodiche e ritmiche uniche, senza mai lasciarsi iscrivere in uno stile dai contorni definiti, sfuggendo a ogni tentativo di categorizzazione. Un genio Absolutely free che si cimenta in questo disco con sonorità vagamente epiche, che preludono allo spopolare dell’universo fantasy di qualche anno dopo, senza tuttavia tuffarcisi a capofitto: Son of Mr Green Genes, recuperata da Uncle Meat e riarrangiata, mostra bene questa tendenza, divisa com’è tra un tema iniziale calmo e posato, quasi maestoso, e una chitarra suonata da Zappa stesso che si impone ruggendo e fremendo, lasciando tutto il resto sullo sfondo. Questo brano ha molto in comune con alcuni punti di un disco come Weasles ripped my flesh, soprattutto per la tendenza a piazzare delle rotture forti all’interno del brano con repentini cambi di ritmo.

Ma se l’elemento mutuato dal free jazz rappresenta la pars destruens nella musica zappiana, un lato oscuro animalesco e incontrollato che spesso ha la meglio – ed è lì che bisogna cercare i lavori più originali – , in tutto il disco è sicuramente la pars construens che ha la meglio, una ricerca armonica e melodica costruita intorno a un’estetica stravagante ma quanto mai accademica; sinfonica ma con la spigliatezza e l’anticonformismo dei jazzisti. Non è questo un disco da urlacci e schitarrate, che spesso compromettono la fruizione di un compositore come Zappa da parte degli orecchi meno affinati. O perlomeno, il maestro indulge alla tentazione solo in alcuni casi come It must be a camel, dove sembra di risentire alcune cose di Schoenberg rilette in chiave rock, e a ben pensarci un elemento dissonante e dissacrante salta sempre fuori, un caos emergente che chiede di tornare a galla. Quello che è diverso qui, e che coincide con il superamento di un noise fine a se stesso, è proprio la capacità di gestire con sapienza anche suoni difficili, in un modo che sia funzionale alla realizzazione del disco. Non più un esercizio di stile ma un consapevole ampliamento delle proprie capacità espressive che non sdegna il linguaggio del passato ma è già proteso verso il sound di dischi come Waka/Jawaka o The Grand Wazoo.

 

(29/10/2011)

Commenta
Eugenio Goria
Eugenio Goria

Caporedattore. Scrivo di musica dal 2008 su riviste storiche come "Late for the sky" e "L'Isola". Nel 2010 sono entrato a far parte di Outsiders.

0 Comments



Be the first to comment!


You must be logged in to post a comment.