Francesco De Gregori – Sulla Strada

Scheda
Rispetto al genere
6.5


Rispetto alla carriera
6.5


Hype
6.5


Voto
6.5

6.5/ 10

di Edoardo D'Amato

Nell’anno in cui Lucio Dalla ci ha lasciato senza alcun preavviso, in cui Ivano Fossati ha deciso di abbandonare la scena dopo averci pensato a lungo, finalmente scappa un sorriso fra i vecchi e nuovi fan della musica leggera italiana: a quattro anni di distanza dal’ultimo Per brevità chiamato artista, esce l’ultimo album di Francesco De Gregori. Un lavoro che, dal punto di vista prettamente musicale, non sembra essere coerente con il titolo: Sulla Strada, ventesimo disco in studio per il cantautore romano, sembra programmarci verso il folk libero e selvaggio della beat generation. Ci immaginiamo un falò, una chitarra e un’armonica, qualche libricino letto e riletto come On The Road, e il ritrovato amore per Bob Dylan: invece scopriamo che De Gregori ha letto solo recentemente il capolavoro di Keoruac, ma soprattutto la netta impressione è che il cantautore abbia di proposito perso la strada intrapresa nei lavori più recenti, intrisi soprattutto di folk rock di scontata dylaniana memoria, per riprendere l’ottimo pop rock che in fin dei conti gli ha dato i maggiori successi e soddisfazioni (ricordiamo fra tutti il capolavoro Rimmel). Perciò ecco un album onesto e sincero, scritto da uno dei più profondi e dotati parolieri della nostra musica: sessantunenne, il Principe di cose ne ha sempre molte da raccontare.

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Si comincia con la title track, che in verità sembra riprendere le sonorità di un album come Pezzi: in particolare, sembra di risentire il rock calzante di Vai in Africa, Celestino!. E l’esordio ci introduce al tema principale di questo Sulla Strada, che per l’appunto non è il viaggio (peraltro già affrontato da De Gregori in Capo d’Africa), ma il nostro caro e vecchio novecento, un mondo antico e rivisto con il valzer balcanicheggiante di Belle Epoque, un pezzo per cui vale la pena ascoltare il disco. Continua lo sbobinamento del ‘900, che ha portato anche alla crisi della musica e del mercato discografico, con le cadenze latine di Omero al Cantagiro: si sente già qui la presenza di uno dei nuovi talenti del pop più apprezzati dal Principe, cioè Malika Ayane (che per inciso, a me non è mai piaciuta), che ritorna anche in Ragazza del ’95, pezzo che si salva solo grazie al suono di una suadente fisarmonica. De Gregori si riscopre realista, inteso come poeta di quella corrente che ebbe in Giovanni Verga il suo massimo esponente: come il poeta catanese, anche il cantautore romano scrive nei suoi testi ciò che ha visto, anche i sapori più amari e crudi del secolo passato. In Passo d’uomo De Gregori canta “Sono solo un operaio lungo la massicciata, il mio pane sa di polvere, la mia acqua è salata“, mentre in La Guerra ripensa ai soldati morti nella Grande Guerra, o quelli che ora non ci sono più perchè ci hanno liberato dall’oppressione e dal fanatismo del totalitarismo. E tutto si conclude con la struggente ballata Falso movimento, dove a dominare la scena è poi l’ottimo assolo finale di tromba. Tirando le somme: questo è un album che piacerà ai fan del De Gregori cantautore italiano, vero maestro nell’interpretare la musica italiana, stavolta senza alcun riferimento politico particolare, non piacerà per niente a chi ascoltava il politicante folkeggiante degli anni ’70, ma soprattutto non farà impazzire davvero nessuno. Rimane un lavoro onesto, piacevole a tratti e insipido in altri, ma comunque le sue vette De Gregori le ha raggiunte tempo fa.

 

(12/12/2012)

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Edoardo D'Amato
Edoardo D'Amato

Direttore. Classe 1990, ho visto nascere OUTsiders e ora cresce insieme a me. Collaboro anche presso il network www.fantagazzetta.com.