Four Tet – Pink

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
6.5


Hype
6.5


Voto
6.7

6.7/ 10

di Matteo Monaco

Torna alle stampe Four Tet, il talento londinese artefice di Rounds (2003) e del recente successo di There Is Love in You (2010). Stavolta, però, l’ingresso sulla scena non è di quelli consigliati dal manuale dell’industria discografica: dopo la fresca sbornia dell’ultimo disco e dovendo fronteggiare la pressione di un’evoluzione sempre più personale, il produttore Kieran Hebden ha preferito spiazzare le attese, dando alla luce un’opera di tutt’altro genere: Pink. Un album ridimensionato già a parole, consistendo in una raccolta singoli di varia provenienza in una tracklist sorprendentemente poco coesa, sopratutto rispetto i monoliti metafisici dell’ultimo periodo. Pronto al flop di vendite e all’indifferenza della critica, Pink è già riuscito a scatenare un putiferio intorno a sè. Tra chi lo snobba, chi ne apprezza il lato tecnico (come a dire “Four Tet è bravo, ma non si applica!”) e chi ha scoperto con gioia un lato del tutto inaspettato dell’artista britannico. Perchè almeno su questo, sulla sorpresa, non ci sono proprio dubbi: Pink disseppelisce da un passato finora insospettabile le pulsioni più “discotecare” del proprio creatore, sfoderando la cassa dritta e tarando in modalità dancefloor il proverbiale tappeto di percussioni che riempie ogni frequenza. Sono proprio le percussioni, il cavallo di battaglia delle digressioni di Four Tet, ad annunciare il cambio di prospettiva nei primi minuti di Locked, o come nella Justice-iana 128-Harps: stavolta la musica è diversa, e si sente. Perfino la marmellata cerebrale di Ocoras, dove i Neu! sfidano gli Autechre di Incunabula in un duello kraut-ambient,  sembra disegnata da un Hebden inedito, che incontra infine i maestri Underworld nel frenetico ripetersi di Pyramids.
Le parti melodiche, nel frattempo, si ritagliano un posto più limitato, anche rispetto alla produzione passata. Infatti, come insegnano i dettami della techno integralista, i synth non osano interrompere il nervoso battibecco di basso e batteria, ignorando del tutto la normale ricerca dello “stacco” in favore di pezzi duri e intensi.
C’è più di un motivo per salutare favorevolmente la svolta di Pink. Innanzitutto per la capacità di Four Tet di citare e di re-inventare i colossi del passato in una miscela convincente, svelando un background musicale molto più ampio del bacino ambient da cui proviene. Poi per l’indubbia carica che i nuovi pezzi aggiungeranno alle performance dal vivo, variando una proposta sonora che per le proprie stesse caratteristiche è a rischio d’asfissia. Infine, proprio perchè non si tratta di una vera svolta. Ce lo ricorda Peace For Earth, con i suoi arabeschi sintetizzati e le aperture verso un’elettronica più riflessiva. Non è una svolta, ma un fortunato incidente di percorso: per questo Pink diverte e “non impegna”, in attesa della nuova, complicata gemma di mille colori in pieno stile Four Tet.

(13/09/2012)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.