[FOCUS ON] Shoegazers del mondo unitevi (in una compilation)

di Mattia Nesto

L’etichetta britannica Ear Records e quella indonesiana Gerpfast Kolekitif pubblicano un’interessantissima raccolta (ma forse sarebbe più corretto chiamarla mappa) per “districarsi nel complesso mondo dello shoegaze”. In “Revolution – The Shoegaze Revival” dal Perù alla Scozia, da Hong Kong al Brasile, passando per l’Italia, si potrà fare una specie di inter-rail dello shoegaze.

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Un lavoro di scouting complesso e lento, reso certamente più facile dalle nuove tecnologie, ma sempre di attenta ricognizione di un mondo complesso e magmatico si tratta. Già perché Revolution – The Shoegaze Revival, a cura delle label Ear Records e Gerpfast Kolekitif è una mappatura della scena shoegaze internazionale, condotta con scrupolo e curiosità di ricerca, che abbraccia l’intero orbe terracqueo. Sicuramente l’anno appena passato, il 2014, è stato un annus mirabilis per le umane sorti e progressive dello shoegaze, con band come Slowdive, Swervedriver e Medicine che hanno registrato importanti successi e di vendite e di pubblico. Ma in “Revolution” non si vuole citare il noto, bensì si vuole andare a sondare l’ignoto. Un ignoto che, proprio per lo specifico fatto si parli di shoegaze, è un ignoto frizzante, mutevole e mai domo. La raccolta viene descritta come “un’epica e sincera tracklist di 30 tracce di band internazionali”. Molte delle band inserite nella raccolta sono ancora misconosciute dai più, mentre altre sono già entrate nei circoli giusti. Ma la cosa che davvero conta, la cosa che ognuna di queste band ha, è quella di possedere una carica di originalità, purezza e pazzia degne della migliore tradizione shoegaze. E se a dire queste parole è Joe Foster, co-fondatore della Creation Records e produttore di, tra gli altri, Primal Scream, Jesus and Mary Chain e My Bloody Valentine si può stare tranquilli. A confermare (qualora ce ne fosse bisogno) dellala bontà dell’iniziativa, sono state le adesioni dei membri de Swervedriver, Slowdive, The Brian Jonestown Massacre, Swallow, Strata Florida e The Telescopes.

In più il produttore britannico Fan Ashcroft (Damon Albarn, Lords of Acid) ha dichiarato: “Revolution è un qualcosa che un appassionato di musica, uno che veramente si vuole dichiarare tale, deve, senza se e senza ma, possedere”. 

Balzato agli occhi la forte presenza di band italiane nel roster: Weird, Rev Rev Rev, Stella Diana e Clustersun. Perciò ora, come direbbe Alberto Angela, “andiamo a conoscerli meglio” (faccina, gesto disteso delle mani e dissolvenza in nero).

WEIRD. Power-trio romano de Roma attivo dal 2011, gli Weird sono presenti nella raccolta con il pezzo Infinite Decay. Tra riverberi e echi lontani, anche il loro album Desert Love For Lonely Graves del 2013, aveva fatto già molto parlare di sé. Hanno un suono potente, epico, “da città eterna, da Roma capitale, da shoegazer cresciuti a pane, cicoria e porchetta”. Le atmosfere delle loro ballate elettriche sono distese, quasi si volesse torcere il tempo al proprio volere. In Infinite Decay, una specie di marcetta militare in rallenty, le improvvise aperture di chitarra lasciano intravedere scenari non previsti. Una canzone forzuta per una band che fa del motto “la potenza è nulla senza controllo” il loro marchio di fabbrica.

Ascolta qui i Weird.

REV REV REV. Con i Rev Rev Rev le atmosfere ghiacciate e in bianco nero lasciano spazio ad una calda psichedelia multicolore e piena di gradazioni. I modenesi, che sono ben conosciute dalle riviste specializzate (da Rockerilla a Rumore passando per Il Mucchio Selvaggio) propongono Rip the Veil, canzone che si contraddistingue appunto per sonorità da “psicosi delle membra, in cui ci si sveglia la notte, bagnati di sudore, gridando la propria rabbia al cielo”. Chitarre acide e una voce femminile che porta verso mondi lontani. Questo il viaggio dei Rev Rev Rev iniziato nel 2011 (evidentemente un anno ricco di nascite in casa shoegaze) che non è ancora finito.

Ascolta qui i Rev Rev Rev.

STELLA DIANA. Nono pezzo della compilation, Isabeu è una canzone che quasi sorge da un tappeto di basso&batteria su cui la chitarra si inserisce, ogni tanto, con schitarrate affilate come coltelli. Poi arriva la voce, cantilenante ed evocativa, che racconta (in italiano) una storia struggente di amore e abbandono. Gli Stella Diana sono la variante sentimentale e raffinata dell’essere shoegazer. D’altronde i napoletani, nati nel 2007, hanno più volte avuto modo di dichiarare “Nelle nostre canzoni cerchiamo di trasmettere passione, amore per la musica e lucida follia”. Sono pazzi questi napoletani dunque.

Ascolta qui i Stella Diana.

CLUSTERSUN. Oscuro, maestoso e dannatamente new-wave. Ecco il basso dell’intro di Hipgnosis canzone a firma degli Clustersun. La band di Catania ha la particolarità di ricordare i primi U2 senza scimmiottarli, quindi presenta una notevole vena pop che la rende la più radiofonica delle quattro italiane. Attivi da quasi due anni, nell’auto-definizione di genere presente Facebook dicono della loro musica “E’ Shoegaze applicato alla psichedelia, con virate ora verso il dream-pop e la new-wave. E noi outsiders ce ne eravamo accorti. Dopo neppure 20 secondi dall’inizio di Hipgnosis la redazione si era trasformata in un’enorme, squisitamente orrenda e magica air-band da stadio.

Ascolta qui i Clusterdun.

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(11/03/2015)

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Mattia Nesto

Fa’ che la morte mia, Signor, la sia comò ‘l score de un fiume in t’el mar grando