Foals – Holy Fire

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
8.0


Voto
8.0

8/ 10

di Simone Picchi

I ragazzi di Oxford sono diventati grandi. Sono trascorsi cinque anni da Antidotes, vero fulmine a ciel sereno del panorama indie britannico, strepitoso debutto per una band già riconoscibile tra le mille che affollano la scena d’Oltremanica, grazie ad un sound dalle complesse ritmiche, ma allo stesso tempo fresco e riconoscibile dal timbro vocale di Yannis Philippakis. Due anni da Total Life Forever che ha smorzato le turbe giovanili per un approccio più atmosferico, tra Oriente, spiagge assolate e viaggi in un Sahara spagnolo. Chiamati ad una conferma per un pubblico in crescendo, alla cabina di regia si affidano al duo Flood-Alan Moulder (Placebo, Sigur Ros, A Perfect Circle, Yeah Yeah Yeahs tra i tanti prodotti), una produzione maestosa in linea con le idee ben chiare della band.
Prelude è l’inizio ideale per un album ricco di tante aspettative, una “sporca” cavalcata progressiva con un elevato tasso di epicità che apre ad Inhaler – primo singolo – che viaggia percorrendo l’eco del suo preludio con un ritornello ricco di una pesantezza sonora senza eguali nella loro produzione. La traccia successiva è il secondo singolo estratto My Number, brusco stacco nella quale tornano i Foals della prima ora fatto di ritmiche eccezionali che trascinano l’ascoltatore in uno stato di leggerezza. La nuova linea sonora tracciata nell’album precedente si fa sentire per il resto della durata dell’intero lotto, l’emotività in Stepson e Bad Habit che non colpiscono nel segno, il mood ambientale nella conclusiva Moon, e un potpourri delle due nell’intima Late Night e nell’elettrica Providence.
La durata di Holy Fire equivale ad un viaggio sonoro incominciato due anni prima con l’album precedente, dotato di nuove sfumature e colorazioni dato da una consapevolezza matura dei propri mezzi. Una maturazione che ha messo da parte le isterie del passato per strutture più “canoniche”. A guastare la festa è la parte centrale del disco che ha un calo di intensità che non rende piena giustizia ad un grande lavoro, con il rischio di un calo di attenzione deleterio per alcune tracce degne di nota. Non è tutto oro ciò che luccica, la qualità non si discute e non si può parlare né di passo falso e né di lavoro riuscito a metà, perchè è vero che i ragazzi di Oxford sono diventati grandi ma hanno perso un’occasione per diventare grandissimi.

(20/08/2013)

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Simone Picchi

Studente di Scienze politiche a Messina, collaboratore recensore/reporter/intervistatore/factotum.