Flying Lotus – Until The Quiet Comes

Scheda
Rispetto al genere
7.5


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
7.0


Voto
7.2

7.2/ 10

di Matteo Monaco

La Warp, al momento di presentare la futura uscita di Flying Lotus, aveva parlato di “collage di stati mistici, sogni, sonno e canzoncine per la buonanotte”. Una sorta di scivolo che inizia dagli altipiani della coscienza per abbracciare, nelle profondità più terrene, i movimenti segreti del subconscio inesplorato. Quel che pare certo dall’ascolto di Until The Quiet Comes, è che la carriera di Steven Allison ha finalmente trovato una forma e una direzione, dopo aver raggiunto tutti gli scalini dell’autoconsapevolezza.
Eppure, o forse proprio per questa nuova confidenza, la forza dell’album risiede negli contrasti in campo aperto tra le anime di Flying Lotus: da una parte la spinta black, che urla dalle periferie della sua Los Angeles, dall’altra l’asettico ritmare delle drum machine, in diretta da un’autobahn mitteleuropea. Poi il groove che fa a pugni con l’onnipresente broken-beat, la melodia e il rumore protagonisti di un romanzo cavalleresco dove il successo e la sconfitta sono stati temporanei dell’essere. Capita anche di trovare l’amico Thom Yorke nella sua nuova veste di sciamano elettronico, a celebrare una messa sincretista di fronte a un gregge estatico di fedeli.
Però, come tutti i sogni, non esiste solo il crepuscolo mio-rilassante (e così vicino alla morte) della perdita di coscienza, annunciato dagli echi soul di All In e di Only If You Wanna. Dopo, a palpebre chiuse, inizia il vero spettacolo: come nel manuale audio-visivo per sogni lucidi Waking Life, il viaggio di Flying Lotus incontra i premi e le asperità dell’opera di formazione personale che si compie, inconsapevolmente, ogni notte.


Allora è proprio la tonalità confusa di  Electric Candyman con Yorke, insieme alla classe di Niki Randa nella favola di Getting There, a schiudere le porte multicromatiche e intimamente spaventose della narrazione subconscia. Ci sono anche le oscure atmosfere di sintesi nella Phantasm di Laura Darlington, la ninna nanna di gusto Four Tet con Putty Boy Strut e la sboccata rivelazione di Sultan’s Request. Ma il punto da toccare è ancora lontano, più lontano della sperimentazione del vecchio Cosmogramma, che a tratti è ancora qui a reclamare la paternità della reazione minimalista odierna. Non c’è più nulla di quel trionfo progressivo di fruscii ed esplosioni, nella parabola sonora di Until The Quiet Comes, e lo strappo risuona tanto doloroso quanto riesce a mascherarsi da sotterranea presenza. Proprio come negli attimi più densi di See Thru  To U, lo zenit acustico della prova, dove la rinascita ibrida del r’n’b attraverso la mano ostetrica di Erykah Badu si configura come un passo avanti, nel futuro prossimo dell’artista. Un passo, come sempre, a due facce: rassicurante nell’incedere di basso, quanto inquietante nel tamburellare frenetico di un’orchestra fantasma.
Until The Quiet Comes sembra la più coerente espressione di ciò che coerente non può essere. I sogni, il passato, le inclinazioni contraddittorie di mastro Flying Lotus modellano un Pinocchio pronto a tendersi verso le meraviglie del mondo, quanto disorientato dalle direzioni opposte che vorrebbe intraprendere. Senza mai urlare, senza urlare più come in Cosmogramma, Steven Allison confeziona un disco che rinuncia al monolitismo dell’Ego e che ammanta di uniforme eleganza lo zucchero della gioia e le cicatrici che marcano il dolore.

(04/10/2012)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.