Five Finger Death Punch – The Wrong Side of Heaven and Righteous Side of Hell, Volume 1

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
6.5


Hype
7.0


Voto
6.8

6.8/ 10

di Simone Picchi
Il lato sbagliato del paradiso ed il lato giusto dell’inferno, titolo tanto evocativo quanto banale se vogliamo, se pensiamo al genere proposto. A due anni da American Capitalist, tornano con questo primo volume di un doppio album diviso da due uscite distinte (la seconda prevista entro la fine dell’anno), quarta fatica degli americani Five Finger Death Punch, star in patria e semi-sconosciuti al di fuori del suolo natio. Un destino simile ai connazionali Shinedown: una sempre più crescente popolarità entro i confini, ignorati dalla maggior parte del pubblico europeo e mondiale. Dopo il folgorante debutto trainato dal singolo-anthem The Bleeding che fece gridare al miracolo, la band di Los Angeles ha visto crescere ad ogni uscita un’ attesa sempre più crescente con tour sempre più lunghi.
Si parte con Lift Me Up, primo singolo estratto e brano energico in pieno stile Five Finger Death Punch che vede la partecipazione del mostro sacro Rob Halford (Judas Priest), duettare con l’ottimo Ivan Moody. Dopo un buon inizio, il lato mainstream del gruppo prende piede con una serie di brani deboli come You e la ballad Wrong Side of Heaven, per riprendere la corsa interrotta dalla spartiacque Burn MF, tanto didascalica quanto efficace negli intenti. I.M.Sin è il brano migliore del lotto, che ribadisce quanto i nostri si trovino a loro agio in un sound vicino ai vari Disturbed e Spliknot ed alla tradizione rock/metal americana del nuovo Millennio con un vaghi rimandi ai Pantera. Oltre a Rob Halford sono presenti altri due ospiti: Maria Brink (voce de In This Moment) nella riuscita Anywhere But Here amalgama riuscita alla perfezione tra lo stile delle due band; ed il rapper Tech N9ne in Mama Said Knock You Out, solido brano rap/metal, vera sorpresa del lavoro. L’ultima traccia è Diary of a Deadman, brano strumentale accompagnato in alcuni punti da parti recitate con forte carica emotiva, costruito sull’ottimo lavoro di chitarre della coppia Hook-Bathory che si rincorrono per tutta la sua durata, concludono in crescendo l’album.
La traccia segnata nei precedenti lavori è stata seguita alla lettera, nessun passo falso in questo senso. Le critiche mosse alla band californiana sono da ricercare nel loro immobilismo della forma-canzone, stilema che non permette alcuno spiraglio di novità considerato il genere già percorso dai già citati Disturbed o da Staind e Slipknot – giusto per fare due nomi – e nella ricerca sistematica della ballad scala-classifica. Due fattori che a lungo andare rischiano di impantanarli nella palude dell’anonimato, ma che al momento non accennano a fermare la loro corsa grazie ad uno stile comunque riconoscibile e alla qualità delle composizioni. Un lavoro che accontenta i propri fan e continua a dare acqua al mulino dei loro detrattori, in attesa di entrare con forza nel mercato mondiale e con la speranza di trovare tra qualche anno una band che abbia il coraggio di uscire dal proprio ovile senza vivere a là AC/DC per i prossimi 30 anni.
(30/07/2013)

Commenta
Simone Picchi

Studente di Scienze politiche a Messina, collaboratore recensore/reporter/intervistatore/factotum.